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Vice, l'ombra del potere

SOCIETA’ | Vice, il film che vi spiega come il potere genera potere

Vice è un film che svela le dinamiche del potere ma anche le strategie della comunicazione in grado di cambiare la percezione dei fatti.

 

L’uomo invisibile, mite e disinvolto, assetato di potere. Non è il ritratto di Giulio Andreotti ma del “divo” americano, Dick Cheney, che fu il vice-presidente di George W. Bush dal 2000 al 2008. Il film “Vice” appunto, sottotitolato in italiano “l’uomo nell’ombra” ricalca molto il lavoro di Sorrentino, volendo fare un parallelismo quasi forzato, sulle logiche del potere politico, da Andreotti a Berlusconi.

Ma c’è di più, nel film di Adam McKay, già noto per la sua satira “discreta” de La Grande Scommessa, il potere sembra scivolare senza neanche tante difficoltà attraverso i media e le lottizzazioni politiche. Questo fa Dick Cheney, considerato da molti giornalisti americani il deus ex machina della presidenza Bush e questo nel film non è neanche tanto celato. Ne emerge un Bush Junior davvero incapace, arraffone, preda facile delle strategie alla “Underwood” di Cheney.

Si muove nell’ombra questo ritratto de “Il Principe” americano che sembra tanto essere il finale di stagione ideale di House of cards o come questo sarebbe dovuto andare

C’è molto di Frank Underwood in questo film dove però Christian Bale interpreta magistralmente i panni di un politico comune e non particolarmente brillante – a differenza del ruolo di Kevin Spacey nella serie prodotta da Netflix – con la sua mitezza “grassa” e opaca. Si muove nell’ombra questo ritratto de “Il Principe” americano che sembra tanto essere il finale di stagione ideale di House of cards o come questo sarebbe dovuto andare (sic!).

Perchè questo è anche un film sulla metafora del sogno americano che si avvera in una cornice oscura

Ma c’è di più. Il film vola velocemente su 50 anni di storia americana, dall’America di un altro uomo “nell’ombra”, ossia Henry Kissinger, fino alla grande parentesi conservatrice da Reagan a Bush Senior. Gli Stati Uniti cambiano e in maniera distratta dai nuovi media, dalla Fox in poi, non vedono e non vivono le dinamiche del potere che genera il potere. Ed è così che Cheney aspetta silente fino a quando la giusta occasione lo coglie “preparato.” Perchè questo è anche un film sulla metafora del sogno americano che si avvera in una cornice oscura, visto che il protagonista era un mezzo ubriacone disoccupato che arriva però ai massimi vertici del potere.

Per gli amanti della politica ci sono tanti spunti: la dottrina dell’esecutivo unitario che partorità il Patriot Act, disintegrando il principio della separazione dei poteri di montesquieana memoria, il ruolo sempre più centrale dei comunicatori politici capaci di generare nuovi linguaggi: cambiamento climatico al posto di “effetto serra”, tassa sulla morte invece che tassa sulla successione, interrogatorio potenziato invece che “tortura”.

C’è tanto di Orwell in questo 1984 iper-realistico arrivato già a 8 nomination agli Oscar. E siamo sicuri che il duo Bale-Carrell (che qui veste i panni del cinico Ramsfeld) sarà protagonista il prossimo 24 febbraio a Los Angeles. In fondo siamo tutti anelli deboli davanti al luccichio del potere che genera potere.

 

 

Santi Cautela