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Tag Archives: COMUNICAZIONE POLITICA

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LIBRI | L’analisi social su De Luca, Sindaco di Messina

Presentiamo oggi il nuovo libro di Emilio Pintaldi che analizza l’ascesa di Cateno De Luca a Sindaco di Messina. Nel libro un capitolo scritto da Santi Cautela contenente un focus sui social network

A colpi di post su Facebook, di tuffi in piscina e di parodie, vuole arrivare alla presidenza della Regione. La comunicazione del sindaco di Messina Cateno De Luca viene passata ai raggi x in un saggio scritto dal giornalista professionista Emilio Pintaldi. La tecnica utilizzata dal politico più “social” della Sicilia viene esaminata in centotrentacinque pagine. La Prefazione del libro è del professore Francesco Pira, sociologo e docente dell’Università di Messina ed esperto dei fenomeni social e di comunicazione politica.

A darlo alle stampe, Casta editore, una società editrice indipendente. La metà dei diritti che spettano all’autore sarà devoluta al centro Nemo sud di Messina che si occupa dei pazienti affetti da malattie neuromuscolari e all’associazione Abc amici dei bimbi in corsia. Nel volume anche un approfondimento del giornalista Santi Cautela che ha analizzato le parole e i temi affrontati durante la campagna elettorale da De Luca. Il libro sarà esposto in anteprima alla manifestazione “Una Marina di Libri” all’Ortobotanico di Palermo dove potrà essere anche acquistato. Tre le presentazioni ufficiali previste nel mese di giugno. Per lanciare il libro, Emilio Pintaldi, ha scelto la città della valle dei templi.

“Nell’era di internet e dei social- scrive l’autore- il tradizionale ufficio stampa e la vecchia comunicazione pubblica fatta di fax, conferenze stampa e comunicati, sono totalmente superati. E’ una conseguenza dello spostamento di grandi masse di utenti sui social, dell’abbandono da parte di intere generazioni della carta stampata, dell’avvento di una televisione che utilizza la “smart tecnologia”.  I leader post-politici- quelli che hanno preso il posto dei predecessori che utilizzavano i media tradizionali come normali canali di comunicazione, molto spesso, non hanno un vero e proprio addetto stampa. Non hanno uno spin doctor. Non hanno un portavoce. Cateno De Luca, sindaco di Messina dal giugno del 2018, rappresenta il superamento di qualsiasi mediazione tradizionale tra la politica pubblica e il cittadino”.

Vice, l'ombra del potere

SOCIETA’ | Vice, il film che vi spiega come il potere genera potere

Vice è un film che svela le dinamiche del potere ma anche le strategie della comunicazione in grado di cambiare la percezione dei fatti.

 

L’uomo invisibile, mite e disinvolto, assetato di potere. Non è il ritratto di Giulio Andreotti ma del “divo” americano, Dick Cheney, che fu il vice-presidente di George W. Bush dal 2000 al 2008. Il film “Vice” appunto, sottotitolato in italiano “l’uomo nell’ombra” ricalca molto il lavoro di Sorrentino, volendo fare un parallelismo quasi forzato, sulle logiche del potere politico, da Andreotti a Berlusconi.

Ma c’è di più, nel film di Adam McKay, già noto per la sua satira “discreta” de La Grande Scommessa, il potere sembra scivolare senza neanche tante difficoltà attraverso i media e le lottizzazioni politiche. Questo fa Dick Cheney, considerato da molti giornalisti americani il deus ex machina della presidenza Bush e questo nel film non è neanche tanto celato. Ne emerge un Bush Junior davvero incapace, arraffone, preda facile delle strategie alla “Underwood” di Cheney.

Si muove nell’ombra questo ritratto de “Il Principe” americano che sembra tanto essere il finale di stagione ideale di House of cards o come questo sarebbe dovuto andare

C’è molto di Frank Underwood in questo film dove però Christian Bale interpreta magistralmente i panni di un politico comune e non particolarmente brillante – a differenza del ruolo di Kevin Spacey nella serie prodotta da Netflix – con la sua mitezza “grassa” e opaca. Si muove nell’ombra questo ritratto de “Il Principe” americano che sembra tanto essere il finale di stagione ideale di House of cards o come questo sarebbe dovuto andare (sic!).

Perchè questo è anche un film sulla metafora del sogno americano che si avvera in una cornice oscura

Ma c’è di più. Il film vola velocemente su 50 anni di storia americana, dall’America di un altro uomo “nell’ombra”, ossia Henry Kissinger, fino alla grande parentesi conservatrice da Reagan a Bush Senior. Gli Stati Uniti cambiano e in maniera distratta dai nuovi media, dalla Fox in poi, non vedono e non vivono le dinamiche del potere che genera il potere. Ed è così che Cheney aspetta silente fino a quando la giusta occasione lo coglie “preparato.” Perchè questo è anche un film sulla metafora del sogno americano che si avvera in una cornice oscura, visto che il protagonista era un mezzo ubriacone disoccupato che arriva però ai massimi vertici del potere.

Per gli amanti della politica ci sono tanti spunti: la dottrina dell’esecutivo unitario che partorità il Patriot Act, disintegrando il principio della separazione dei poteri di montesquieana memoria, il ruolo sempre più centrale dei comunicatori politici capaci di generare nuovi linguaggi: cambiamento climatico al posto di “effetto serra”, tassa sulla morte invece che tassa sulla successione, interrogatorio potenziato invece che “tortura”.

C’è tanto di Orwell in questo 1984 iper-realistico arrivato già a 8 nomination agli Oscar. E siamo sicuri che il duo Bale-Carrell (che qui veste i panni del cinico Ramsfeld) sarà protagonista il prossimo 24 febbraio a Los Angeles. In fondo siamo tutti anelli deboli davanti al luccichio del potere che genera potere.

 

 

Santi Cautela

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“Le campagne elettorali al tempo della networked politics” – Intervista all’autore: il Prof. Cepernich

Il Professor Cristopher Cepernich è sociologo dei media e dei fenomeni politici all’Università di Torino e autore di un interessantissimo libro sulla comunicazione politica e le nuove tendenze delle campagne elettorali. Il titolo del saggio è “Le campagne elettorali al tempo della networked politics” disponibile per Laterza qui.

Il Prof. Cepernich dirige l’Osservatorio sulla Comunicazione politica del dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. È caporedattore della rivista Comunicazione Politica (il Mulino). Nel 2016 è stato responsabile scientifico del primo TEDxUniTo. Svolge attività di ricerca nel campo delle campagne elettorali e del giornalismo. Per la nuova rubrica #4KiakkiereComPol, lo abbiamo incontrato per sviscerare i temi contenuti nel suo ultimo lavoro.

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Quali caratteristiche ha la nuova società reticolare? Tentiamo di chiarirlo con degli esempi…

La principale caratteristica di una società reticolare è che le relazioni sociali tornano ad assumere un’importanza cruciale, per un lungo periodo trascurata. Alcuni esempi? Il tempo che ciascuno di noi mediamente trascorre online è di 2 ore e 24 minuti al giorno. Una parte significativa di quel tempo è dedicata a mandare mail, postare sui social network, messaggiare con sms e WhatsApp. Le nostre reti sociali personali hanno ampliato moltissimo il loro perimetro da quando il web ha cambiato le nostre vite.

Il problema è la qualità delle nuove relazioni mediate dalla tecnologia: sono più fredde e molto meno emozionali dell’interazione diretta faccia a faccia. In termini di strategia comunicativa ciò significa che sono assai meno efficaci a fini persuasivi. Non è ormai in discussione che sui social network le opinioni si polarizzino facilmente fra “pro” e “contro”, tra amici e nemici, in-group e out-group. Quello è diventato il luogo della contrapposizione, dell’affermazione auto-promozionale di un punto di vista, non del dialogo né della conversazione. Quando ci si contrappone, non si discute: ci si schiera.

 

Nel suo libro si parla di un ritorno agli strumenti pre-moderni delle campagne elettorali. La riscoperta del contatto diretto tra elettore e candidato basato sulla “relazione” rappresenta più un limite o un aspetto specifico delle nuove campagne digitali? Per chiarire, se il ritorno del porta-a-porta è così decisivo, i social network hanno quindi avuto un ruolo marginale?

Ovviamente il ritorno al contatto diretto è una grande risorsa. Secondo lei, perché le compagnie telefoniche puntano molto sulle opzioni promozionali “Porta un amico in…”? Perché sanno benissimo che un amico è molto più convincente di un anonimo e sconosciuto operatore di call center. Non parliamo poi della difficoltà della politica di essere convincente, visto il basso tasso di fiducia che i cittadini ripongono negli attori politici. Ricordiamo che alle recenti elezioni regionali in Sicilia ha scelto di non votare più della metà degli aventi diritto.

Ciò non significa che i media o i personal media abbiano un ruolo marginale. Al contrario, hanno un ruolo importante. I loro effetti, però, vanno circoscritti prioritariamente alla sfera della formazione degli atteggiamenti, cioè servono soprattutto per “costruire” la disponibilità a votare un certo partito o un certo candidato. Come si faccia a trasformare quella generica disponibilità in effettivo comportamento di voto è il problema vero della comunicazione. Su questo piano, tutte le ricerche confermano che la comunicazione personale e personalizzata, ad alto tasso di fiducia reciproca tra gli attori convolti, ha effetti di molto superiori a quella mediata e impersonale. Ecco perché puntare su amici, colleghi e famigliari è una risorsa enorme.

 

Trovano sempre più spazio le tecniche di data mining nelle campagne elettorali. Si pone quindi il problema etico. Tecniche ormai decisive come nel caso di Trump. Quale deve essere il limite deontologico dei professionisti della comunicazione politica in tal senso? Dobbiamo arrenderci a una società iper-connessa dove la privacy si sacrifica in virtù di un marketing micro-mirato?

Non possiamo e non dobbiamo mettere in relazione diretta il ricorso ai dati per fare campagne elettorale e il problema etico. Si può benissimo usare i dati in modo legale e rispettoso della volontà delle persone! Nella stragrande maggioranza dei casi è così.

Il limite deontologico è chiarissimo: stare nei margini della legalità e del rispetto dei confini che ogni cittadino pone a tutela della propria privacy. Certo un po’ di miti andrebbero sfatati: per esempio, le persone sono in genere molto aperte e disponibili a concedere informazioni su se stesse, se ritengono che ciò le metta nelle condizione di fare una scelta più informata. C’è una grande disponibilità da parte delle persone a “stare in relazione” e a formare comunità. Per questo motivo mettono a disposizione piuttosto facilmente la mail, ad esempio, per future comunicazioni mirate. Lo fanno volontariamente, consapevolmente e, di fatto, senza rischi effettivi. C’è una distanza siderale tra l’idea che il legislatore italiano ha di privacy e quella, invece, radicata e diffusa tra le persone, soprattutto fra i giovani.

 

Nel libro si parla di campagna organizzativa in riferimento all’engagement di volontari e militanti. Un modello che ha avuto il suo boom con Obama ma che ha poi “perso” potenziale nella recente elezione di Trump, nonostante l’organizzazione reticolare della Clinton fosse considerevole. Allora non esiste una “ricetta” giusta?

La ricetta giusta non esiste. Questo è ovvio. Gli esiti di una campagna elettorale sono caratterizzati da elevata complessità perché determinati da una enorme quantità di variabili. Ciò significa che non possono essere ascritti solo alla strategia di comunicazione adottata.

Come spiego nel libro, alle Presidenziali Usa 2016 il ground game di Trump era molto debole rispetto a quello di Clinton: ad un mese dalla scadenza elettorale Clinton poteva contare su 489 uffici territoriali su tutta la nazione contro i 207 di Trump. Clinton, come è noto, perde molti stati per un soffio, ma in termini assoluti prende oltre due milioni di voti più di Trump. Se sia un effetto o meno del ground war, non possiamo dire con certezza, ma di certo ha contribuito.

In generale, però, spiegare in funzione di un solo fattore (come la strategia comunicativa) l’esito di una competizione elettorale è sbagliato. Assumiamo una volta per tutte questa ovvia evidenza.

 

Un’ultima battuta sui 5 stelle, in considerazione delle conclusioni del suo libro: il movimento fondato da Beppe Grillo si basa sulla partecipazione “reticolare” tuttavia confinata in gran parte sulla rete. Questo sembra essere il grande limite dei 5 Stelle in campagna elettorale per altri è però la vera forza…

Il Movimento 5 Stelle ha vissuto un progressivo allontanamento dal territorio, dove invece si era formato. Ricordiamo il ruolo cruciale dei meet-up all’inizio di quella avventura, che presenta tratti indubbi di eccezionalità per il contesto italiano. La progressiva astrazione dal territorio ha reso il Movimento sostanzialmente un partito d’opinione, con un brand forte, capace di attrarre solo con la forza evocativa del suo simbolo. Di fatto, si è trasformato in pochi anni in un partito tradizionale con una bassa capacità di mobilitazione: Di Maio è stato eletto candidato premier e capo politico con poco più di 30.000 voti espressi sulla piattaforma Rousseau. Il Pd, con tutti i limiti del caso, ha eletto l’omologo con circa due milioni di voti alle primarie tradizionali. Segno che, forse, la partecipazione non è un fatto di tecnologia.

 

 

A cura di Santi Cautela

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L’ANALISI | La nuova stagione di House of Cards e le strategie di Frank Underwood

Analizzando le prime due puntate della nuova stagione di House of Cards, emergono molti punti salienti di una strategia politica verosimile.

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Innanzitutto, in questi primi due episodi – evitando di spoilerare i contenuti – Frank Underwood prepara la sua guerra personale al terrorismo. Questo gli servirà per arrivare al voto aggirando le voci sull’impeachment che lo riguardano. Per evitare che si parli di scandali, infatti, il Presidente più diabolico degli Stati Uniti d’America, ha necessità di creare i presupposti per erigersi come quell’unico leader in grado di salvare il Paese. Questa tecnica è spesso stata messa in uso dai Presidenti repubblicani, detta anche teoria del ‘padre forte’ (per saperne di più clicca quì)

Secondo alcuni studi dello psicologo politico Lakoff, l’elettorato repubblicano, sarebbe più incline a sovrastimare la figura del leader “padre” che si rapporta alla nazione in maniera verticistica elargendo sicurezza. Alla fine del secondo episodio vediamo Frank accompagnato dalla bellissima Claire, avvicinare la gente fuori le mura della White House per rassicurarli:

“Non avete nulla da temere”

Un’immagine molto significativa che richiama quella di un altro Presidente, George W. Bush, rassicurare la piccola Ashley che aveva smesso di parlare dopo gli attentati dell’11 settembre.

E-mail handout photo of President George W. Bush hugging Ashley. "As the President passed by, Ashley handed the President her ticket to sign which he did with a big smile; not knowing her connection with 9/11. He was moving at a brisk pace as you might imagine doing a 4 stop tour that day. He then shook hands with Linda when she conveyed who this young lady was. Instantly his entire demeanor changed. He lost his smile. His eyes closed briefly. He stopped, backed-up took, Ashley's hands and in a quite, private voice asked, "How are you doing?" Ashley, according to her father, showing more emotion than since the loss of her mom, forced out "Fine." The President held her close for what seemed like forever but it was likely just 10-15 seconds, and while still holding her, looking at Lynn said, "I can see how much your dad loves you, Ashley.", *** Note Date and Time Removed from photo****, scanned 5/5/2004

Frank, stratega in pectore, sa bene che la necessità di sicurezza può far vincere anche l’elezione più difficile. In Italia, per esempio, Gianni Alemanno, tra i leader della destra italiana, vinse l’elezione a Roma – da sempre in mano alla sinistra – e divenne Sindaco facendo proprio leva sul bisogno di sicurezza dei cittadini. Che siano i campi rom o gli infiltrati terroristi dell’Ico (il riferimento nella serie è evidentemente all’Isis) non fa differenza. Tra i pilastri del trattato tra sovrano e sudditi, già descritto da Hobbes in tempi non sospetti, vi è la ricerca di sicurezza.

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Frank polarizza la regola del marketing non convenzionale su cui si basa il passaparola, il buzz marketing, il viral marketing, ossia crea uno pseudo-evento (in questo caso finto evento) per concentrare l’attenzione sull’emergenza terroristica sul suolo americano. L’idea alla base del marketing virale è l’originalità che si diffonde proprio come un virus.

Gli autori di House of Cards hanno sapientemente enfatizzato questa tecnica al punto da trasformare il concetto stesso di virale in virus. Ed è proprio un virus telematico – ovviamente orchestrato dalla stessa mente diabolica di Underwood – che blocca la rete internet e le comunicazioni di Washington, a dare il pretesto al Presidente per spingere ulteriormente sulla necessità di richiedere lo stato di guerra.

Richiesta insolita per un Presidente democratico. Ma non è la prima volta che un Presidente apparentemente progressista (Frank è anche bisessuale, tema ripreso con molta oscurità anche durante queste prime due puntate), pone in atto politiche filo-repubblicane, anche per mettere in contraddizione il suo rivale per la corsa alla Casa Bianca: il governatore repubblicano Will Conway.

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Pensate alla corsa da Senatore di John F. Kennedy nel 58’. Anche lui sfidò apertamente i repubblicani sfruttando a pieno le amicizie e le simpatie del padre con lo stesso senatore McCarthy (il più repubblicano dei repubblicani). Oggi non a caso, anche per le sue politiche spesso ammiccanti nei riguardi della religione cristiana e su altri temi più vicini alle posizioni conservatrici, Kennedy è un riferimento dei NeoCon. Come dire che non è tanto lo schieramento di appartenenza a contare ma l’azione governativa. Un concetto che recentemente ha messo in discussione anche l’ex Premier Matteo Renzi, che punta a conquistare fette di elettorato molto più moderate e di centro-destra.

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Tornando a Frank Underwoord, una delle strategie da lui messe in campo, riguardano anche gli appelli al popolo americano, il cosiddetto “going public”. Un eserizio di retorica che mira a sollevare l’emotività popolare per aggirare i limiti burocratici e politici delle Camere. Ci si appella al popolo per far leva sui deputati. Non a caso vediamo Frank piombare personalmente in aula a fare il suo appello ai deputati, un’anomalia perché in America vige una netta separazione dei poteri e l’autonomia del Congresso non può mai essere messa in discussione, tant’è che il Presidente può accedervi solo su invito. Insomma questa quinta stagione promette molto bene e sembra ritagliare un ruolo via via più importante – per alcuni ingombrante – alla first lady. Ma ne parleremo in un’altra puntata, perché se è vera la regola generale secondo cui dietro un grande uomo vi è sempre una grande donna, anche nelle presidenze americane, da Roosevelt a Obama, la storia ha molto da raccontare!

Santi Cautela

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L’ANALISI | La disintermediazione ai tempi di Daniele Capezzone: il Giuditta’s Files Live

La ricerca sui social network si interroga in questi anni sull’incontro tra mondo politico e fandom. Può il social network essere uno strumento per abbattere quei sistemi legislativi che impongono limiti al dibattito politico in pubblico, aggirare la par conditio, far ritirare quella marea che è l’agenda setting televisiva? Possiamo considerare, nello specifico, Facebook alla stregua di un canale tv?

I recenti esperimenti delle dirette streaming sembrano andare in questa direzione. Facebook sta investendo tanto in tal senso, tanto da far usare – o abusare – questo strumento come una sorta di canale mediatico per sondaggi, sfide, metalinguaggi del populismo. La diretta funziona, anche se non abbiamo ancora dei dati. Per esempio, dal 20 ottobre scorso Facebook ha comunicato la possibilità per le pagine “verificate” di programmare le dirette, creando quindi la stessa “attesa” attraverso il sistema delle notifiche, di un vero e proprio talk mediatico.

In questa sessione analizzeremo un caso di diretta streaming nel campo politico, che ci farà capire in quale direzione si sta andando.

LA DISINTERMEDIAZIONE PUO’ AIUTARE UN PARTITO DI NICCHIA A FARSI SPAZIO?

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Nonostante il format Rai “Politics” non abbia dato grandi risultati dalla connessione tra “dirette” social e dirette televisive, possiamo dire invece che il processo inverso, non quantitativamente, lo ribadiamo, ma qualitativamente, può ricoprire una valida funzione di disintermediazione. Parliamo di quel processo rivoluzionario che – nella comunicazione politica – ha ridotto le distanze tra politici ed elettori, saltando quei “mediatori” classici che erano partiti, sindacati, istituzioni. E in questo meccanismo i social network hanno ovviamente fatto da ‘sostanza accelerante’.

Che Facebook, per esempio, non sia una semplice panacea democratica è evidente a tutti. Anzi, la società americana sembra esser intervenuta pesantemente nella limitazione dei post “non sponsorizzati”. Ma con l’uso di una comunicazione efficace, anche questi limiti possono essere aggirati. Si può quindi parlare di una “disintermediazione al quadrato” in due fasi: quella primaria che abbiamo visto ridiscutere il ruolo primario dei mediatori tradizionali e una fase ancora in divenire, dove l’abilità comunicativa professionale può far breccia tra gli algoritmi di Facebook. Quindi, per rispondere alla domanda sopra: sì, se utilizzato bene, la diretta di Facebook può essere un valido supporto per garantire a un partito “neonato” la giusta visibilità e il mantenimento del rapporto con il suo elettorato/fandom. Parliamo di fandom proprio perché le comunità virtuali che ruotano attorno a pagine e a profili pubblici, somigliano sempre più a quelle dei cari vecchi forum specializzati, in cui ci si arriva per condividere interessi comuni o potenzialmente condivisibili.

L’ESEMPIO DI DANIELE CAPEZZONE: L’USO DELLA DIRETTA “FATTA IN CASA”

Daniele Capezzone, abile giornalista, politico di spicco dei Co.R (Conservatori e Riformisti), già portavoce all’epoca del Pdl, liberista – o meglio, liberal-conservatore – ha una pagina Facebook verificata con circa 4 migliaia di seguaci che equivalgono ad altrettante decine di migliaia di potenziali uditori grazie al sistema “a valanga” generato dalle notifiche delle dirette Facebook. Capezzone ha fatto qualcosa di molto interessante: ha cercato di abbattere le distanze tra il suo ruolo politico e la piazza virtuale usando non soltanto la politica ma anche quello che potremmo definire alla Marx, un feticcio del popolo, ossia un gatto domestico!

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Giuditta è il co-protagonista della pagina di Daniele Capezzone, equivale quindi, se paragonato ai talk politici, a una valletta o a un comico. E’ il Crozza della situazione. E’ il gatto che è seduto sulla macchina, sulla libreria, dietro il tavolo, insomma quel simbolo populista della “dolce condivisione” usato qui abilmente per creare share emotivo.

Gli ingredienti del format sono appunto, il gatto di Capezzone, una lampada, un ambiente scuro, una libreria. Evidentemente Capezzone si rivolge soprattutto a una generazione che ha radici forti negli anni 90′, la generazione della serialità di X-Files. E infatti come indizio di questa analisi, abbiamo il nome: Giuditta’s Files live, l’ambientazione che si rifà al noir, al giallo poliziesco, e, ovviamente alla serialità. Capezzone ha infatti deciso di dare una sequenzialità alle dirette, come un appuntamento televisivo. Ogni settimana, il mercoledì alle 21, va in scena il Giuditta’s Files. Il mercoledì è per esempio il giorno della settimana usato molto spesso da Fox e Sky per lanciare le serie Tv più importanti. Quindi gli indizzi dell’X-Files politico all’italiana ci dicono chiaramente che nulla è lasciato al caso: per Capezzone, il social network è disintermediazione, di più, è serialità, fidelizzazione con l’elettorato/fandom.

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In quei trenta minuti abbondanti – tempi quindi di una puntata televisiva – Capezzone snocciola i temi forti usando spesso aneddoti, esempi molto forti e chiari, con cui cerca di costruire il suo audience. Ancora siamo solo alla seconda puntata e quindi, sociologicamente e statisticamente, non abbiamo abbastanza materiale per capire se questa operazione – nuova per il pubblico italiano – conoscerà il successo.

UNA DIREZIONE ANCORA TUTTA DA SCOPRIRE…

Giornalisticamente, Nicola Porro, ogni mattina con la sua diretta “Zuppa di Porro” è riuscito ad ottenere migliaia di visualizzazioni ed è diventato un evento fisso anche per la rassegna social di molti professionisti. Ma Porro è un opinion leader, deve informare per resistere per citare una nota testata online, non deve creare consenso. Quello è più difficile. Ed è per questo che Capezzone dedica molto spazio alla risposta dei commenti, generando così quell’altro elemento indispensabile che è la partecipazione. Un caso studio quindi molto interessante che, tra le novità politiche, sta già dando molta visibilità a un partito piccolo, ancora poco organizzato su scala nazionale, ma che potrebbe trovare proprio grazie ai social network e alla disintermediazione, quello spazio che i media tradizionali ormai sempre più frammentati concedono sempre meno a chi non genera audience. Non male per un gatto che non sa neanche di essere un importante preambolo della comunicazione politica.

Santi Cautela

 

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La comunicazione politica in Sicilia: ecco tre esempi di buone e cattive abitudini

Oggi analizziamo tre esempi di comunicazione politica che riguardano politici siciliani, di recente finiti nel chiasso mediatico. Ci soffermeremo su alcune performance recenti per capire come e cosa si è sbagliato oppure si è azzeccato.

Primo caso. Salvo Pogliese.

L’uso della diretta Facebook

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In un video sul suo profilo Facebook l’eurodeputato Salvo Pogliese di Forza Italia, ringrazia gli organizzatori di MuovitItalia, la kermesse giovanile svoltasi lo scorso week-end. L’On. Pogliese – che ha diversi profili e pagine attive – sceglie di usare la diretta Facebook probabilmente da un telefono, visto la bassa qualità del video e lo fa direttamente dalla sua postazione. Il risultato però non è dei migliori, ecco spiegato perché.

  • La postura. La posizione di sbieco, la camicia stretta sotto la cravatta che fa sparire il collo, la poca luce. Tutti elementi che giocano a svantaggio di chi vuol apparire convincente e comunicativamente interessante.
  • Le mani. Durante la comunicazione il linguaggio del corpo è importantissimo ma in questo video l’Onorevole non le muove per niente, dando poca tridimensionalità al suo messaggio.
  • L’interazione. Le dirette Facebook, considerati da molti esperti il futuro della comunicazione sui social, servono a interagire con chi ci segue. Per farlo bisogna che un video superi i 5 minuti per dare il tempo ai nostri followers di accorgersi che siamo in diretta ma il video in questione non supera i due minuti. Inoltre, per tutto il tempo, l’Onorevole parla al video senza mai interagire con chi commentava. Una gestione sbagliata dello strumento Live che di fatto ha portato, tra i commenti in diretta, un esiguo numero di visitatori. Pogliese si è poi salvato in calcio d’angolo con i commenti successivi alla diretta. Forse sarebbe stato meglio postare un video in differita.
  • La scrivania. Ultimo ma non meno importante dettaglio. Le scrivanie in politica creano distanza con l’interlocutore. Si percepisce infatti una sorta di barriera tra politico e cittadino. Nel suo ultimo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica Mattarella ha infatti scelto di non sedersi dietro la scrivania ma davanti.

 

Secondo caso. Il Sindaco di Milazzo Giovanni Formica.

Il media training

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Il secondo caso studio riguarda la recente comparsata televisiva del Sindaco Giovanni Formica (Pd) nella trasmissione di La7, Piazza Pulita. Durante la trasmissione in diretta, il Sindaco è parso in difficoltà ed è stato spesso interrotto dal conduttore Corrado Formigli. Cosa non ha funzionato?

  • La preparazione. Il Sindaco è intervenuto in un’arena di non facile gestione. Servizi contro il Comune, un conduttore schierato e altri ospiti non amichevoli lo hanno colpito ai fianchi. In questi casi il media training insegna che la preparazione è il miglior antidoto per non farsi cogliere alla sprovvista. Studiare gli avversari, gli interlocutori, capire su cosa si verrà incalzati. Il Sindaco è parso decisamente intimidito.
  • I sound bites. In televisione un concetto deve essere trasmesso attraverso i famosi 140 caratteri di un tweet. Slogan studiati aiutano in questo caso a far passare un’idea nel chiasso mediatico o nella bagarre. I tempi televisivi sono strettissimi non serve quindi rispondere al di fuori dei famosi 30 secondi. Il Sindaco però, ha iniziato i suoi ragionamenti come se si trovasse su un palco senza interlocutori. Il risultato? E’ stato interrotto 6 volte su 8.
  • Gli occhiali. Forse può sembrare il dettaglio meno importante ma in televisione creano distanza con chi ci ascolta. Meglio uno sguardo privo di filtri. La percezione da casa sarà migliore.

 

Terzo caso. Alessio Villarosa, Deputato 5 Stelle.

L’interazione sui social

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Il terzo caso è finalmente un esempio più positivo di comunicazione efficace. Potremmo analizzare l’intera pagina politica su Facebook del deputato grillino Alessio Villarosa, di Barcellona P.G. (Me) ma commenteremo solo gli ultimi post.

  • I post. A parte qualche rara eccezione in cui Villarosa, evidentemente, non ha potuto farne a meno, tutti i post della sua pagina sono brevi, efficaci, non superano le 7 righe e contengono quasi sempre call to action, ossia gli inviti a interagire, anche solo per invitare a vedere il video o a visionare il documento allegato.
  • I commenti. L’uso di una pagina Facebook non ha senso a meno che non si interagisca col pubblico. Villarosa è uno dei pochissimi politici siciliani che risponde sul social sia nella chat privata che nei commenti che gli internauti lasciano sul suo profilo.
  • Gli hashtag. Sempre azzeccati e indovinati. Spesso riprendono gli argomenti di tendenza quindi sono studiati ad hoc. Fondamentali per innestarsi in una discussione più generale e facilmente rintracciabile sul web o nel motore di ricerca di Facebook.
  • Le infografiche. Deputato attivo anche nell’uso di video e foto, Villarosa sceglie spesso di postare infografiche a forte impatto emotivo nello stile dei 5 Stelle.
  • I link esterni. Se proprio vogliamo trovare un difetto più sostanzioso, è il rimando a link esterni come articoli o blog. Facebook non predilige nel suo algoritmo i link esterni. Meglio inserire uno spaccato di articolo e citarne la fonte.

 

Insomma non tutto è perduto, ci sono esempi positivi e negativi anche in Sicilia ma a ben vedere da un’analisi più generale è possibile riscontrare esempi positivi anche in chi commette errori e in chi è più attento alle dinamiche comunicative. Di certo non ci si improvvisa Spin Doctor ed è per questo che queste professioni stanno diventando sempre più fondamentali anche tra i nostri politici locali.

 

Santi Cautela

Consulente Politico e per la comunicazione