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Category Archive: Interviste

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“Le campagne elettorali al tempo della networked politics” – Intervista all’autore: il Prof. Cepernich

Il Professor Cristopher Cepernich è sociologo dei media e dei fenomeni politici all’Università di Torino e autore di un interessantissimo libro sulla comunicazione politica e le nuove tendenze delle campagne elettorali. Il titolo del saggio è “Le campagne elettorali al tempo della networked politics” disponibile per Laterza qui.

Il Prof. Cepernich dirige l’Osservatorio sulla Comunicazione politica del dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. È caporedattore della rivista Comunicazione Politica (il Mulino). Nel 2016 è stato responsabile scientifico del primo TEDxUniTo. Svolge attività di ricerca nel campo delle campagne elettorali e del giornalismo. Per la nuova rubrica #4KiakkiereComPol, lo abbiamo incontrato per sviscerare i temi contenuti nel suo ultimo lavoro.

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Quali caratteristiche ha la nuova società reticolare? Tentiamo di chiarirlo con degli esempi…

La principale caratteristica di una società reticolare è che le relazioni sociali tornano ad assumere un’importanza cruciale, per un lungo periodo trascurata. Alcuni esempi? Il tempo che ciascuno di noi mediamente trascorre online è di 2 ore e 24 minuti al giorno. Una parte significativa di quel tempo è dedicata a mandare mail, postare sui social network, messaggiare con sms e WhatsApp. Le nostre reti sociali personali hanno ampliato moltissimo il loro perimetro da quando il web ha cambiato le nostre vite.

Il problema è la qualità delle nuove relazioni mediate dalla tecnologia: sono più fredde e molto meno emozionali dell’interazione diretta faccia a faccia. In termini di strategia comunicativa ciò significa che sono assai meno efficaci a fini persuasivi. Non è ormai in discussione che sui social network le opinioni si polarizzino facilmente fra “pro” e “contro”, tra amici e nemici, in-group e out-group. Quello è diventato il luogo della contrapposizione, dell’affermazione auto-promozionale di un punto di vista, non del dialogo né della conversazione. Quando ci si contrappone, non si discute: ci si schiera.

 

Nel suo libro si parla di un ritorno agli strumenti pre-moderni delle campagne elettorali. La riscoperta del contatto diretto tra elettore e candidato basato sulla “relazione” rappresenta più un limite o un aspetto specifico delle nuove campagne digitali? Per chiarire, se il ritorno del porta-a-porta è così decisivo, i social network hanno quindi avuto un ruolo marginale?

Ovviamente il ritorno al contatto diretto è una grande risorsa. Secondo lei, perché le compagnie telefoniche puntano molto sulle opzioni promozionali “Porta un amico in…”? Perché sanno benissimo che un amico è molto più convincente di un anonimo e sconosciuto operatore di call center. Non parliamo poi della difficoltà della politica di essere convincente, visto il basso tasso di fiducia che i cittadini ripongono negli attori politici. Ricordiamo che alle recenti elezioni regionali in Sicilia ha scelto di non votare più della metà degli aventi diritto.

Ciò non significa che i media o i personal media abbiano un ruolo marginale. Al contrario, hanno un ruolo importante. I loro effetti, però, vanno circoscritti prioritariamente alla sfera della formazione degli atteggiamenti, cioè servono soprattutto per “costruire” la disponibilità a votare un certo partito o un certo candidato. Come si faccia a trasformare quella generica disponibilità in effettivo comportamento di voto è il problema vero della comunicazione. Su questo piano, tutte le ricerche confermano che la comunicazione personale e personalizzata, ad alto tasso di fiducia reciproca tra gli attori convolti, ha effetti di molto superiori a quella mediata e impersonale. Ecco perché puntare su amici, colleghi e famigliari è una risorsa enorme.

 

Trovano sempre più spazio le tecniche di data mining nelle campagne elettorali. Si pone quindi il problema etico. Tecniche ormai decisive come nel caso di Trump. Quale deve essere il limite deontologico dei professionisti della comunicazione politica in tal senso? Dobbiamo arrenderci a una società iper-connessa dove la privacy si sacrifica in virtù di un marketing micro-mirato?

Non possiamo e non dobbiamo mettere in relazione diretta il ricorso ai dati per fare campagne elettorale e il problema etico. Si può benissimo usare i dati in modo legale e rispettoso della volontà delle persone! Nella stragrande maggioranza dei casi è così.

Il limite deontologico è chiarissimo: stare nei margini della legalità e del rispetto dei confini che ogni cittadino pone a tutela della propria privacy. Certo un po’ di miti andrebbero sfatati: per esempio, le persone sono in genere molto aperte e disponibili a concedere informazioni su se stesse, se ritengono che ciò le metta nelle condizione di fare una scelta più informata. C’è una grande disponibilità da parte delle persone a “stare in relazione” e a formare comunità. Per questo motivo mettono a disposizione piuttosto facilmente la mail, ad esempio, per future comunicazioni mirate. Lo fanno volontariamente, consapevolmente e, di fatto, senza rischi effettivi. C’è una distanza siderale tra l’idea che il legislatore italiano ha di privacy e quella, invece, radicata e diffusa tra le persone, soprattutto fra i giovani.

 

Nel libro si parla di campagna organizzativa in riferimento all’engagement di volontari e militanti. Un modello che ha avuto il suo boom con Obama ma che ha poi “perso” potenziale nella recente elezione di Trump, nonostante l’organizzazione reticolare della Clinton fosse considerevole. Allora non esiste una “ricetta” giusta?

La ricetta giusta non esiste. Questo è ovvio. Gli esiti di una campagna elettorale sono caratterizzati da elevata complessità perché determinati da una enorme quantità di variabili. Ciò significa che non possono essere ascritti solo alla strategia di comunicazione adottata.

Come spiego nel libro, alle Presidenziali Usa 2016 il ground game di Trump era molto debole rispetto a quello di Clinton: ad un mese dalla scadenza elettorale Clinton poteva contare su 489 uffici territoriali su tutta la nazione contro i 207 di Trump. Clinton, come è noto, perde molti stati per un soffio, ma in termini assoluti prende oltre due milioni di voti più di Trump. Se sia un effetto o meno del ground war, non possiamo dire con certezza, ma di certo ha contribuito.

In generale, però, spiegare in funzione di un solo fattore (come la strategia comunicativa) l’esito di una competizione elettorale è sbagliato. Assumiamo una volta per tutte questa ovvia evidenza.

 

Un’ultima battuta sui 5 stelle, in considerazione delle conclusioni del suo libro: il movimento fondato da Beppe Grillo si basa sulla partecipazione “reticolare” tuttavia confinata in gran parte sulla rete. Questo sembra essere il grande limite dei 5 Stelle in campagna elettorale per altri è però la vera forza…

Il Movimento 5 Stelle ha vissuto un progressivo allontanamento dal territorio, dove invece si era formato. Ricordiamo il ruolo cruciale dei meet-up all’inizio di quella avventura, che presenta tratti indubbi di eccezionalità per il contesto italiano. La progressiva astrazione dal territorio ha reso il Movimento sostanzialmente un partito d’opinione, con un brand forte, capace di attrarre solo con la forza evocativa del suo simbolo. Di fatto, si è trasformato in pochi anni in un partito tradizionale con una bassa capacità di mobilitazione: Di Maio è stato eletto candidato premier e capo politico con poco più di 30.000 voti espressi sulla piattaforma Rousseau. Il Pd, con tutti i limiti del caso, ha eletto l’omologo con circa due milioni di voti alle primarie tradizionali. Segno che, forse, la partecipazione non è un fatto di tecnologia.

 

 

A cura di Santi Cautela

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L’INTERVISTA | La nuova frontiera tra la narrazione e la politica: Marco Gallo e il suo film su Totò Cuffaro

Forse sarà azzardato scriverlo ma stiamo vivendo una nuova era della politica. Dopo la politica pop, la fast politic, la fase degli scandali avviata nel lontano cluster di Tangentopoli, adesso l’umanizzazione della politica – e dei politici quindi – passa anche dalla narrazione.

L’era della narrazione, inaugurata da Clinton e portata agli estremi da Berlusconi prima e Renzi dopo (in Italia) piomba anche nel politico “uomo” che sbaglia, paga e riparte. Un primo esempio di questa nuova forma di narrazione è Totò Cuffaro che riappropriatosi della scena politica – indirettamente certo, essendo interdetto dai pubblici uffici – attraverso un video personale si era espresso per esempio sul referendum. In questi mesi sta girando l’Italia per presentare il suo libro e la sua “rinascita” spirituale. Un processo che se non avesse ripercussioni politiche implicite, sarebbe sicuramente il soggetto di un film da Oscar.

L’Italia degli scandali e delle contraddizioni, magistralmente rappresentata dai recenti film di Sorrentino, rivive questo processo di “meta-racconto” interiore attraverso i docu-film (vedi Fuocoammare sul tema immigrazione). Il film 1738 giorni è un documentario che fa della narrazione la sua struttura portante. Un nuovo stile che si innesta sul nuovo cambiamento che sta subendo la politica e la comunicazione: l’era del “video social” storytelling ossia la possibilità tutta “social” di raccontarsi alla propria comunità di riferimento.

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Marco Gallo, giovanissimo video-maker di Agrigento, da anni trapiantato a Roma dove si occupa di regia e comunicazione, ha scelto un soggetto insolito per il suo prossimo docu-film: l’ex Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro. Marco, già vincitore di numerosi premi e promotore di un Festival Internazionale di Cinema, è un giovane brillante che girà l’Italia e il mondo a caccia di storie. La sua ultima “storia” l’ha pescata a Rebibbia e il suo film parla del perdono, della salita e della discesa, di un uomo che ha riscoperto se stesso. Ma c’è anche tanto altro nel suo “1768 giorni”…

  • La domanda sorge spontanea, perché un documentario su Totò Cuffaro…

Perché no? Io sono siciliano e Totò Cuffaro in Sicilia è stata un’icona, positiva o negativa che sia. Tutti conoscevano e conosco Totò Cuffaro. In un anno con la storia del Burundi, della laurea e di questo trailer ci sono stati migliaia di commenti, giudizi…e poi la sua storia è fuori dall’ordinario…icona politica, potere in mano assoluto, la Sicilia in mano… condannato. Per Mafia. Peggio di questo non c’è. E quando sembra aver toccato il fondo perde il padre rilasciando un’intervista incredibile dove dice “Mio padre mi aveva promesso che mi avrebbe fatto uscire dal carcere…anche se per un solo giorno ci è riuscito”. E dopo 1768 giorni esce e moltissime persone continuano a osannarlo…tutto ciò per me era così assurdo che al posto mio vorrei capire chi non avrebbe raccontato questa storia. Forse sono solo arrivato prima degli altri…ma è pazzia non raccontare una storia simile. e cosa più importante… racconto questa storia perché porto maggiore rispetto per chi ha pagato per i propri errori che chi crede di avere sempre ragione.

  • Non si corre il rischio di essere accusati di voler umanizzare un politico che ha commesso un grave errore a livello “percettivo” oltre che giuridico?

Se si vuole raccontare la sua storia il rischio bisogna correrlo e prenderselo. Qualunque cosa io dica su Totò Cuffaro verrà elogiata da molti e accusata e magari anche offesa da altri. A me piacerebbe che la gente giudicasse soltanto il film e non la storia che è già stata scritta e processata, ma rispetto il pensiero di tutti e so di correre quel rischio. Io, dal mio punto di vista, cerco di raccontare la storia di un uomo che ha una seconda possibilità con la vita, e non la seconda vita di un politico.

  • Come è stato girare questo documentario? I tuoi amici, chi ti conosce, come ha reagito a questa decisione?

La nostra prima intervista, a Roma, è durata più di due ore…ed ho interrotto perché sapevo che ce ne sarebbero state altre. Ma sarei stato ore e ore a cercare di capire tante cose. Molte sono arrivate nel corso dei mesi quando io e Cuffaro abbiamo imparato a conoscersi. È stato strano perché lui non è un attore dei miei videoclip, quindi era difficile rapportarsi con una storia vera che era la sua. Era strano avere un presidente alla regione ed un condannato al tempo stesso. Ma sapevo e sentivo di avere davanti una persona come tante, nulla di più. Sicuramente un’esperienza molto importante per me, sfido qualunque regista della mia età a non avere difficoltà quando si parla della sua detenzione o della perdita del padre o delle difficoltà che possano aver provato i suoi familiari. I miei amici? Qualcuno ha riso, qualcuno mi ha dato del pazzo…ma sono miei amici, se ho finito il film è anche grazie a persone come loro che mi aiutano e mi sostengono. Solo in famiglia erano un po’ preoccupati per l’impatto che avrebbe avuto. Ma è stata una paura che è durata poco, è il mio lavoro, la mia vita. E sto solo cercando di raccontare una storia.

  • Prima della condanna cosa pensavi di Cuffaro? E’ stato uno dei governatori col più alto indice di consenso e anche quando si è dimesso ha lasciato tanti sostenitori orfani di leadership…

Sinceramente non ho mai visto tutto questo clamore per i presidenti successivi. Ricordo che la partenza per il Burundi avveniva a Bruxelles e anche lì qualcuno riconobbe Cuffaro…come dicevo prima, era un’icona in Sicilia. Prima della condanna andavo al liceo…seguivo ben poco la politica, sapevo chi fosse, punto.

  • Credi che questo film possa avere una funzione riabilitativa per Totò Cuffaro?

Spero di no. Totò Cuffaro ha ricominciato la sua vita, ha diritto a viverne una serena con i suoi amici e la sua famiglia e ha diritto a ricostruirsi una seconda chance, fuori dalla politica. Il film racconta la sua vita ma di certo non deve essere uno strumento riabilitativo, anche perché si dirà apertamente nel film che è stato condannato per 1768 Giorni.

  • Dove potremo vedere questo docu-film? Quali saranno i tuoi progetti futuri?

Bella domanda…spero al cinema, spero in tv, spero nei Festival cinematografici. Al momento il mio obbiettivo è portarlo a termine e trovare una distribuzione. io tornerò a lavorare come sempre negli eventi, con i videoclip, concerti e lo sport…alla ricerca di una prossima storia. Sto organizzando la seconda edizione del mio Festival, e questo per ora è abbastanza per me. Ma ti assicuro che il film su Cuffaro è solo l’inizio…