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L’ANALISI | La nuova stagione di House of Cards e le strategie di Frank Underwood

Analizzando le prime due puntate della nuova stagione di House of Cards, emergono molti punti salienti di una strategia politica verosimile.

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Innanzitutto, in questi primi due episodi – evitando di spoilerare i contenuti – Frank Underwood prepara la sua guerra personale al terrorismo. Questo gli servirà per arrivare al voto aggirando le voci sull’impeachment che lo riguardano. Per evitare che si parli di scandali, infatti, il Presidente più diabolico degli Stati Uniti d’America, ha necessità di creare i presupposti per erigersi come quell’unico leader in grado di salvare il Paese. Questa tecnica è spesso stata messa in uso dai Presidenti repubblicani, detta anche teoria del ‘padre forte’ (per saperne di più clicca quì)

Secondo alcuni studi dello psicologo politico Lakoff, l’elettorato repubblicano, sarebbe più incline a sovrastimare la figura del leader “padre” che si rapporta alla nazione in maniera verticistica elargendo sicurezza. Alla fine del secondo episodio vediamo Frank accompagnato dalla bellissima Claire, avvicinare la gente fuori le mura della White House per rassicurarli:

“Non avete nulla da temere”

Un’immagine molto significativa che richiama quella di un altro Presidente, George W. Bush, rassicurare la piccola Ashley che aveva smesso di parlare dopo gli attentati dell’11 settembre.

E-mail handout photo of President George W. Bush hugging Ashley. "As the President passed by, Ashley handed the President her ticket to sign which he did with a big smile; not knowing her connection with 9/11. He was moving at a brisk pace as you might imagine doing a 4 stop tour that day. He then shook hands with Linda when she conveyed who this young lady was. Instantly his entire demeanor changed. He lost his smile. His eyes closed briefly. He stopped, backed-up took, Ashley's hands and in a quite, private voice asked, "How are you doing?" Ashley, according to her father, showing more emotion than since the loss of her mom, forced out "Fine." The President held her close for what seemed like forever but it was likely just 10-15 seconds, and while still holding her, looking at Lynn said, "I can see how much your dad loves you, Ashley.", *** Note Date and Time Removed from photo****, scanned 5/5/2004

Frank, stratega in pectore, sa bene che la necessità di sicurezza può far vincere anche l’elezione più difficile. In Italia, per esempio, Gianni Alemanno, tra i leader della destra italiana, vinse l’elezione a Roma – da sempre in mano alla sinistra – e divenne Sindaco facendo proprio leva sul bisogno di sicurezza dei cittadini. Che siano i campi rom o gli infiltrati terroristi dell’Ico (il riferimento nella serie è evidentemente all’Isis) non fa differenza. Tra i pilastri del trattato tra sovrano e sudditi, già descritto da Hobbes in tempi non sospetti, vi è la ricerca di sicurezza.

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Frank polarizza la regola del marketing non convenzionale su cui si basa il passaparola, il buzz marketing, il viral marketing, ossia crea uno pseudo-evento (in questo caso finto evento) per concentrare l’attenzione sull’emergenza terroristica sul suolo americano. L’idea alla base del marketing virale è l’originalità che si diffonde proprio come un virus.

Gli autori di House of Cards hanno sapientemente enfatizzato questa tecnica al punto da trasformare il concetto stesso di virale in virus. Ed è proprio un virus telematico – ovviamente orchestrato dalla stessa mente diabolica di Underwood – che blocca la rete internet e le comunicazioni di Washington, a dare il pretesto al Presidente per spingere ulteriormente sulla necessità di richiedere lo stato di guerra.

Richiesta insolita per un Presidente democratico. Ma non è la prima volta che un Presidente apparentemente progressista (Frank è anche bisessuale, tema ripreso con molta oscurità anche durante queste prime due puntate), pone in atto politiche filo-repubblicane, anche per mettere in contraddizione il suo rivale per la corsa alla Casa Bianca: il governatore repubblicano Will Conway.

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Pensate alla corsa da Senatore di John F. Kennedy nel 58’. Anche lui sfidò apertamente i repubblicani sfruttando a pieno le amicizie e le simpatie del padre con lo stesso senatore McCarthy (il più repubblicano dei repubblicani). Oggi non a caso, anche per le sue politiche spesso ammiccanti nei riguardi della religione cristiana e su altri temi più vicini alle posizioni conservatrici, Kennedy è un riferimento dei NeoCon. Come dire che non è tanto lo schieramento di appartenenza a contare ma l’azione governativa. Un concetto che recentemente ha messo in discussione anche l’ex Premier Matteo Renzi, che punta a conquistare fette di elettorato molto più moderate e di centro-destra.

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Tornando a Frank Underwoord, una delle strategie da lui messe in campo, riguardano anche gli appelli al popolo americano, il cosiddetto “going public”. Un eserizio di retorica che mira a sollevare l’emotività popolare per aggirare i limiti burocratici e politici delle Camere. Ci si appella al popolo per far leva sui deputati. Non a caso vediamo Frank piombare personalmente in aula a fare il suo appello ai deputati, un’anomalia perché in America vige una netta separazione dei poteri e l’autonomia del Congresso non può mai essere messa in discussione, tant’è che il Presidente può accedervi solo su invito. Insomma questa quinta stagione promette molto bene e sembra ritagliare un ruolo via via più importante – per alcuni ingombrante – alla first lady. Ma ne parleremo in un’altra puntata, perché se è vera la regola generale secondo cui dietro un grande uomo vi è sempre una grande donna, anche nelle presidenze americane, da Roosevelt a Obama, la storia ha molto da raccontare!

Santi Cautela

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La scrittura come strumento di consenso, dalla politica allo sport: l’esempio di G1G1 Buffon

Chi vi scrive è da sempre convinto che la scrittura sia l’esempio più lungimirante per creare consenso e incrementare il proprio bacino di feedback.

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L’INTERVISTA | La nuova frontiera tra la narrazione e la politica: Marco Gallo e il suo film su Totò Cuffaro

Forse sarà azzardato scriverlo ma stiamo vivendo una nuova era della politica. Dopo la politica pop, la fast politic, la fase degli scandali avviata nel lontano cluster di Tangentopoli, adesso l’umanizzazione della politica – e dei politici quindi – passa anche dalla narrazione.

L’era della narrazione, inaugurata da Clinton e portata agli estremi da Berlusconi prima e Renzi dopo (in Italia) piomba anche nel politico “uomo” che sbaglia, paga e riparte. Un primo esempio di questa nuova forma di narrazione è Totò Cuffaro che riappropriatosi della scena politica – indirettamente certo, essendo interdetto dai pubblici uffici – attraverso un video personale si era espresso per esempio sul referendum. In questi mesi sta girando l’Italia per presentare il suo libro e la sua “rinascita” spirituale. Un processo che se non avesse ripercussioni politiche implicite, sarebbe sicuramente il soggetto di un film da Oscar.

L’Italia degli scandali e delle contraddizioni, magistralmente rappresentata dai recenti film di Sorrentino, rivive questo processo di “meta-racconto” interiore attraverso i docu-film (vedi Fuocoammare sul tema immigrazione). Il film 1738 giorni è un documentario che fa della narrazione la sua struttura portante. Un nuovo stile che si innesta sul nuovo cambiamento che sta subendo la politica e la comunicazione: l’era del “video social” storytelling ossia la possibilità tutta “social” di raccontarsi alla propria comunità di riferimento.

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Marco Gallo, giovanissimo video-maker di Agrigento, da anni trapiantato a Roma dove si occupa di regia e comunicazione, ha scelto un soggetto insolito per il suo prossimo docu-film: l’ex Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro. Marco, già vincitore di numerosi premi e promotore di un Festival Internazionale di Cinema, è un giovane brillante che girà l’Italia e il mondo a caccia di storie. La sua ultima “storia” l’ha pescata a Rebibbia e il suo film parla del perdono, della salita e della discesa, di un uomo che ha riscoperto se stesso. Ma c’è anche tanto altro nel suo “1768 giorni”…

  • La domanda sorge spontanea, perché un documentario su Totò Cuffaro…

Perché no? Io sono siciliano e Totò Cuffaro in Sicilia è stata un’icona, positiva o negativa che sia. Tutti conoscevano e conosco Totò Cuffaro. In un anno con la storia del Burundi, della laurea e di questo trailer ci sono stati migliaia di commenti, giudizi…e poi la sua storia è fuori dall’ordinario…icona politica, potere in mano assoluto, la Sicilia in mano… condannato. Per Mafia. Peggio di questo non c’è. E quando sembra aver toccato il fondo perde il padre rilasciando un’intervista incredibile dove dice “Mio padre mi aveva promesso che mi avrebbe fatto uscire dal carcere…anche se per un solo giorno ci è riuscito”. E dopo 1768 giorni esce e moltissime persone continuano a osannarlo…tutto ciò per me era così assurdo che al posto mio vorrei capire chi non avrebbe raccontato questa storia. Forse sono solo arrivato prima degli altri…ma è pazzia non raccontare una storia simile. e cosa più importante… racconto questa storia perché porto maggiore rispetto per chi ha pagato per i propri errori che chi crede di avere sempre ragione.

  • Non si corre il rischio di essere accusati di voler umanizzare un politico che ha commesso un grave errore a livello “percettivo” oltre che giuridico?

Se si vuole raccontare la sua storia il rischio bisogna correrlo e prenderselo. Qualunque cosa io dica su Totò Cuffaro verrà elogiata da molti e accusata e magari anche offesa da altri. A me piacerebbe che la gente giudicasse soltanto il film e non la storia che è già stata scritta e processata, ma rispetto il pensiero di tutti e so di correre quel rischio. Io, dal mio punto di vista, cerco di raccontare la storia di un uomo che ha una seconda possibilità con la vita, e non la seconda vita di un politico.

  • Come è stato girare questo documentario? I tuoi amici, chi ti conosce, come ha reagito a questa decisione?

La nostra prima intervista, a Roma, è durata più di due ore…ed ho interrotto perché sapevo che ce ne sarebbero state altre. Ma sarei stato ore e ore a cercare di capire tante cose. Molte sono arrivate nel corso dei mesi quando io e Cuffaro abbiamo imparato a conoscersi. È stato strano perché lui non è un attore dei miei videoclip, quindi era difficile rapportarsi con una storia vera che era la sua. Era strano avere un presidente alla regione ed un condannato al tempo stesso. Ma sapevo e sentivo di avere davanti una persona come tante, nulla di più. Sicuramente un’esperienza molto importante per me, sfido qualunque regista della mia età a non avere difficoltà quando si parla della sua detenzione o della perdita del padre o delle difficoltà che possano aver provato i suoi familiari. I miei amici? Qualcuno ha riso, qualcuno mi ha dato del pazzo…ma sono miei amici, se ho finito il film è anche grazie a persone come loro che mi aiutano e mi sostengono. Solo in famiglia erano un po’ preoccupati per l’impatto che avrebbe avuto. Ma è stata una paura che è durata poco, è il mio lavoro, la mia vita. E sto solo cercando di raccontare una storia.

  • Prima della condanna cosa pensavi di Cuffaro? E’ stato uno dei governatori col più alto indice di consenso e anche quando si è dimesso ha lasciato tanti sostenitori orfani di leadership…

Sinceramente non ho mai visto tutto questo clamore per i presidenti successivi. Ricordo che la partenza per il Burundi avveniva a Bruxelles e anche lì qualcuno riconobbe Cuffaro…come dicevo prima, era un’icona in Sicilia. Prima della condanna andavo al liceo…seguivo ben poco la politica, sapevo chi fosse, punto.

  • Credi che questo film possa avere una funzione riabilitativa per Totò Cuffaro?

Spero di no. Totò Cuffaro ha ricominciato la sua vita, ha diritto a viverne una serena con i suoi amici e la sua famiglia e ha diritto a ricostruirsi una seconda chance, fuori dalla politica. Il film racconta la sua vita ma di certo non deve essere uno strumento riabilitativo, anche perché si dirà apertamente nel film che è stato condannato per 1768 Giorni.

  • Dove potremo vedere questo docu-film? Quali saranno i tuoi progetti futuri?

Bella domanda…spero al cinema, spero in tv, spero nei Festival cinematografici. Al momento il mio obbiettivo è portarlo a termine e trovare una distribuzione. io tornerò a lavorare come sempre negli eventi, con i videoclip, concerti e lo sport…alla ricerca di una prossima storia. Sto organizzando la seconda edizione del mio Festival, e questo per ora è abbastanza per me. Ma ti assicuro che il film su Cuffaro è solo l’inizio…

 

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L’ANALISI | La disintermediazione ai tempi di Daniele Capezzone: il Giuditta’s Files Live

La ricerca sui social network si interroga in questi anni sull’incontro tra mondo politico e fandom. Può il social network essere uno strumento per abbattere quei sistemi legislativi che impongono limiti al dibattito politico in pubblico, aggirare la par conditio, far ritirare quella marea che è l’agenda setting televisiva? Possiamo considerare, nello specifico, Facebook alla stregua di un canale tv?

I recenti esperimenti delle dirette streaming sembrano andare in questa direzione. Facebook sta investendo tanto in tal senso, tanto da far usare – o abusare – questo strumento come una sorta di canale mediatico per sondaggi, sfide, metalinguaggi del populismo. La diretta funziona, anche se non abbiamo ancora dei dati. Per esempio, dal 20 ottobre scorso Facebook ha comunicato la possibilità per le pagine “verificate” di programmare le dirette, creando quindi la stessa “attesa” attraverso il sistema delle notifiche, di un vero e proprio talk mediatico.

In questa sessione analizzeremo un caso di diretta streaming nel campo politico, che ci farà capire in quale direzione si sta andando.

LA DISINTERMEDIAZIONE PUO’ AIUTARE UN PARTITO DI NICCHIA A FARSI SPAZIO?

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Nonostante il format Rai “Politics” non abbia dato grandi risultati dalla connessione tra “dirette” social e dirette televisive, possiamo dire invece che il processo inverso, non quantitativamente, lo ribadiamo, ma qualitativamente, può ricoprire una valida funzione di disintermediazione. Parliamo di quel processo rivoluzionario che – nella comunicazione politica – ha ridotto le distanze tra politici ed elettori, saltando quei “mediatori” classici che erano partiti, sindacati, istituzioni. E in questo meccanismo i social network hanno ovviamente fatto da ‘sostanza accelerante’.

Che Facebook, per esempio, non sia una semplice panacea democratica è evidente a tutti. Anzi, la società americana sembra esser intervenuta pesantemente nella limitazione dei post “non sponsorizzati”. Ma con l’uso di una comunicazione efficace, anche questi limiti possono essere aggirati. Si può quindi parlare di una “disintermediazione al quadrato” in due fasi: quella primaria che abbiamo visto ridiscutere il ruolo primario dei mediatori tradizionali e una fase ancora in divenire, dove l’abilità comunicativa professionale può far breccia tra gli algoritmi di Facebook. Quindi, per rispondere alla domanda sopra: sì, se utilizzato bene, la diretta di Facebook può essere un valido supporto per garantire a un partito “neonato” la giusta visibilità e il mantenimento del rapporto con il suo elettorato/fandom. Parliamo di fandom proprio perché le comunità virtuali che ruotano attorno a pagine e a profili pubblici, somigliano sempre più a quelle dei cari vecchi forum specializzati, in cui ci si arriva per condividere interessi comuni o potenzialmente condivisibili.

L’ESEMPIO DI DANIELE CAPEZZONE: L’USO DELLA DIRETTA “FATTA IN CASA”

Daniele Capezzone, abile giornalista, politico di spicco dei Co.R (Conservatori e Riformisti), già portavoce all’epoca del Pdl, liberista – o meglio, liberal-conservatore – ha una pagina Facebook verificata con circa 4 migliaia di seguaci che equivalgono ad altrettante decine di migliaia di potenziali uditori grazie al sistema “a valanga” generato dalle notifiche delle dirette Facebook. Capezzone ha fatto qualcosa di molto interessante: ha cercato di abbattere le distanze tra il suo ruolo politico e la piazza virtuale usando non soltanto la politica ma anche quello che potremmo definire alla Marx, un feticcio del popolo, ossia un gatto domestico!

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Giuditta è il co-protagonista della pagina di Daniele Capezzone, equivale quindi, se paragonato ai talk politici, a una valletta o a un comico. E’ il Crozza della situazione. E’ il gatto che è seduto sulla macchina, sulla libreria, dietro il tavolo, insomma quel simbolo populista della “dolce condivisione” usato qui abilmente per creare share emotivo.

Gli ingredienti del format sono appunto, il gatto di Capezzone, una lampada, un ambiente scuro, una libreria. Evidentemente Capezzone si rivolge soprattutto a una generazione che ha radici forti negli anni 90′, la generazione della serialità di X-Files. E infatti come indizio di questa analisi, abbiamo il nome: Giuditta’s Files live, l’ambientazione che si rifà al noir, al giallo poliziesco, e, ovviamente alla serialità. Capezzone ha infatti deciso di dare una sequenzialità alle dirette, come un appuntamento televisivo. Ogni settimana, il mercoledì alle 21, va in scena il Giuditta’s Files. Il mercoledì è per esempio il giorno della settimana usato molto spesso da Fox e Sky per lanciare le serie Tv più importanti. Quindi gli indizzi dell’X-Files politico all’italiana ci dicono chiaramente che nulla è lasciato al caso: per Capezzone, il social network è disintermediazione, di più, è serialità, fidelizzazione con l’elettorato/fandom.

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In quei trenta minuti abbondanti – tempi quindi di una puntata televisiva – Capezzone snocciola i temi forti usando spesso aneddoti, esempi molto forti e chiari, con cui cerca di costruire il suo audience. Ancora siamo solo alla seconda puntata e quindi, sociologicamente e statisticamente, non abbiamo abbastanza materiale per capire se questa operazione – nuova per il pubblico italiano – conoscerà il successo.

UNA DIREZIONE ANCORA TUTTA DA SCOPRIRE…

Giornalisticamente, Nicola Porro, ogni mattina con la sua diretta “Zuppa di Porro” è riuscito ad ottenere migliaia di visualizzazioni ed è diventato un evento fisso anche per la rassegna social di molti professionisti. Ma Porro è un opinion leader, deve informare per resistere per citare una nota testata online, non deve creare consenso. Quello è più difficile. Ed è per questo che Capezzone dedica molto spazio alla risposta dei commenti, generando così quell’altro elemento indispensabile che è la partecipazione. Un caso studio quindi molto interessante che, tra le novità politiche, sta già dando molta visibilità a un partito piccolo, ancora poco organizzato su scala nazionale, ma che potrebbe trovare proprio grazie ai social network e alla disintermediazione, quello spazio che i media tradizionali ormai sempre più frammentati concedono sempre meno a chi non genera audience. Non male per un gatto che non sa neanche di essere un importante preambolo della comunicazione politica.

Santi Cautela

 

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Dalla Sicilia a Roma, Fiorello e il nuovo modo di rileggere il politichese

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ESEMPI DI COMUNICAZIONE INTEGRATA

Il caso “Edicola Fiore” che rilancia la carta stampata e il modo di fare rassegna alla portata di tutti

Ci siamo già occupati di esempi calzanti di comunicazione efficace, soprattutto nel caso politico, in riferimento a Deputati regionali e Sindaci. Ma c’è un siciliano, su tutti, che ha stravolto la comunicazione, in senso positivo, interpretando l’esigenza odierna di informazione veloce, chiara, semplice.

Stiamo parlando di Rosario Fiorello che col suo format “Edicola Fiore” ha praticamente stravolto la televisione. In onda tutte le mattine su Sky Uno, Edicola Fiore è l’esempio attuale di integrazione dei nuovi media e delle ITC, ossia di quelle tecnologie necessarie alle nuove forme di comunicazione.

Si è già detto tanto dell’uso delle dirette di Facebook, l’abbiamo di recente visto a Politics su Rai Tre. Fiorello però, che fa un mini talk di intrattenimento mattutino, sceglie la satira ma non si allontana molto dal mondo formale e pacato dei talk politici. Perché?

Perché fa qualcosa che persino Quinta Colonna di Rete 4 non è ancora riuscita a fare: legge le notizie con gli occhi della gente. La gente delle piazze, in strada, la gente che beve il cappuccino al bar. E lo fa in una insolita forma neorealista, letteralmente dentro un bar!

Tutto, quindi, appare reale e familiare, come una sorta di termometro sociologico. La rassegna stampa non è più il noioso mantra notturno del giornalista assonnato, ma l’occasione per parlare dei principali fatti politici e di cronaca con gli occhi della gente. Non a caso, Fiorello, non usa “interagire” con il popolo dei social network. Fa qualcosa di ancora più forte: usa le maschere pirandelliane della gente semplice. Un po’ come Pasolini nel suo Accattone, per far riflettere, Fiorello forse, lo fa solo per strappare qualche sorriso agli accaniti dello zapping mattutino.

Edicola Fiore salva la carta stampata e trasforma in cartaceo le notizie on-line, interagisce con giornalisti – non a caso la co-conduzione affidata al buon Meloccaro – e direttori di testate che lottano per avere uno spazio sulla sua scrivania. Fiorello ha salvato il soldato cartaceo della stampa, riabilitandola verso una nuova mission: quella sua originale del “confronto da bar”.

Per enfatizzare il tutto, usa personaggi della strada come Il Pompa o John Wayne, che ricalcano perfettamente l’uomo della porta accanto. Sono loro che commentano i fatti, sono loro i social users, i veri opinion leaders di un programma che sta facendo scuola. L’uso continuo della diretta da un comune Smartphone con tanto di bastone-selfie, alle volte entrando in casa di ospiti attraverso videochiamate (spesso di qualità volutamente scadente) è il messaggio più potente per la televisione del futuro: ognuno di noi sarà videomaker, videoreporter, il tutto in live-streaming. Eccolo un altro punto di forza, ossia quella capacità di fare tutto in diretta, dal vivo, senza filtri.

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Un buon consulente politico non può prescindere da Edicola Fiore, il miglior termometro del vox populi. In un’epoca in cui i comici fanno i politici, Fiorello è riuscito a tirar fuori la comicità dal giornalismo politico. Non una cosa da poco in un mondo di cravatte e lunghe conferenze stampa. Il mondo della comunicazione, sentitamente, ringrazia.

Santi Cautela

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L’ANALISI | La comunicazione istituzionale tra passato e futuro: Ardizzone vs Confcommercio

Anche la comunicazione pubblica e in particolare quella istituzionale può fare la differenza nella “persuasione” e nella diffusione di contenuti. Messina è stata di recente protagonista di due esempi – carismatici entrambi – di comunicazione istituzionale che hanno avuto un risalto mediatico importante. Analizziamoli da vicino.

Quando la comunicazione è solo informazione

Il Presidente dell’Ars incontra il Premier Renzi

In un post probabilmente scritto di fretta, il Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Giovanni Ardizzone, ha voluto ricordare la visita del Premier Renzi a Palermo e quindi il loro incontro. Sappiamo che il Presidente Ardizzone scrive spesso su Facebook di proprio pugno ma evidentemente questa volta ha delegato l’ufficio stampa della presidenza.

Risultato? Un post con un linguaggio vecchio, parlando di sè stessi in terza persona singolare – alla Napoleone – senza paragrafatura e senza hashtag. Sull’interazione poi nessuna risposta ai commenti. Il post è appunto “istituzionale” nel senso golden age del termine: non c’è struttura, non c’è interazione, mancano le call to action. Non c’è comunicazione – intesa come differenza di dati per creare o mantenere consenso – c’è solo l’informazione fine a se stessa. Eccolo qua:

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La trovata geniale delle galline nel pollaio

L’esempio della Camera di Commercio di Messina

Ne hanno parlato tutti i giornali. La Camera di Commercio di Messina si è fatta una bella promozione organizzando un blitz ben studiato a livello mediatico. Nel centro di Messina Piazza Cairoli vive da mesi nel degrado a causa di danni e strutture fatiscenti. Una zona della piazza è stata addirittura recintata ed isolata alla meno peggio. Sono bastate due galline per fare il resto.

L’iniziativa, ne siamo sicuri, è stata promossa dal vulcanico fondatore di MessinaOggi.it e addetto stampa della Camera di Commercio messinese, Davide Gambale. La Gazzetta del Sud, principale giornale siciliano e uno dei primi dieci a livello nazionale, ha subito ripreso la notizia: “Adesso Piazza Cairoli è davvero un pollaio”.

Facile capire che le galline, anche solo come protagoniste del blitz, hanno reso più facile l’associazione tra degrado e senso civico. Il Comune non ci ha fatto una bella figura ma la Confcommercio messinese ha segnato una bella doppietta: una per l’idea e l’altra per il risultato conseguito nella comunicazione pubblica. Galline sì ma polli no.

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La comunicazione politica in Sicilia: ecco tre esempi di buone e cattive abitudini

Oggi analizziamo tre esempi di comunicazione politica che riguardano politici siciliani, di recente finiti nel chiasso mediatico. Ci soffermeremo su alcune performance recenti per capire come e cosa si è sbagliato oppure si è azzeccato.

Primo caso. Salvo Pogliese.

L’uso della diretta Facebook

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In un video sul suo profilo Facebook l’eurodeputato Salvo Pogliese di Forza Italia, ringrazia gli organizzatori di MuovitItalia, la kermesse giovanile svoltasi lo scorso week-end. L’On. Pogliese – che ha diversi profili e pagine attive – sceglie di usare la diretta Facebook probabilmente da un telefono, visto la bassa qualità del video e lo fa direttamente dalla sua postazione. Il risultato però non è dei migliori, ecco spiegato perché.

  • La postura. La posizione di sbieco, la camicia stretta sotto la cravatta che fa sparire il collo, la poca luce. Tutti elementi che giocano a svantaggio di chi vuol apparire convincente e comunicativamente interessante.
  • Le mani. Durante la comunicazione il linguaggio del corpo è importantissimo ma in questo video l’Onorevole non le muove per niente, dando poca tridimensionalità al suo messaggio.
  • L’interazione. Le dirette Facebook, considerati da molti esperti il futuro della comunicazione sui social, servono a interagire con chi ci segue. Per farlo bisogna che un video superi i 5 minuti per dare il tempo ai nostri followers di accorgersi che siamo in diretta ma il video in questione non supera i due minuti. Inoltre, per tutto il tempo, l’Onorevole parla al video senza mai interagire con chi commentava. Una gestione sbagliata dello strumento Live che di fatto ha portato, tra i commenti in diretta, un esiguo numero di visitatori. Pogliese si è poi salvato in calcio d’angolo con i commenti successivi alla diretta. Forse sarebbe stato meglio postare un video in differita.
  • La scrivania. Ultimo ma non meno importante dettaglio. Le scrivanie in politica creano distanza con l’interlocutore. Si percepisce infatti una sorta di barriera tra politico e cittadino. Nel suo ultimo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica Mattarella ha infatti scelto di non sedersi dietro la scrivania ma davanti.

 

Secondo caso. Il Sindaco di Milazzo Giovanni Formica.

Il media training

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Il secondo caso studio riguarda la recente comparsata televisiva del Sindaco Giovanni Formica (Pd) nella trasmissione di La7, Piazza Pulita. Durante la trasmissione in diretta, il Sindaco è parso in difficoltà ed è stato spesso interrotto dal conduttore Corrado Formigli. Cosa non ha funzionato?

  • La preparazione. Il Sindaco è intervenuto in un’arena di non facile gestione. Servizi contro il Comune, un conduttore schierato e altri ospiti non amichevoli lo hanno colpito ai fianchi. In questi casi il media training insegna che la preparazione è il miglior antidoto per non farsi cogliere alla sprovvista. Studiare gli avversari, gli interlocutori, capire su cosa si verrà incalzati. Il Sindaco è parso decisamente intimidito.
  • I sound bites. In televisione un concetto deve essere trasmesso attraverso i famosi 140 caratteri di un tweet. Slogan studiati aiutano in questo caso a far passare un’idea nel chiasso mediatico o nella bagarre. I tempi televisivi sono strettissimi non serve quindi rispondere al di fuori dei famosi 30 secondi. Il Sindaco però, ha iniziato i suoi ragionamenti come se si trovasse su un palco senza interlocutori. Il risultato? E’ stato interrotto 6 volte su 8.
  • Gli occhiali. Forse può sembrare il dettaglio meno importante ma in televisione creano distanza con chi ci ascolta. Meglio uno sguardo privo di filtri. La percezione da casa sarà migliore.

 

Terzo caso. Alessio Villarosa, Deputato 5 Stelle.

L’interazione sui social

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Il terzo caso è finalmente un esempio più positivo di comunicazione efficace. Potremmo analizzare l’intera pagina politica su Facebook del deputato grillino Alessio Villarosa, di Barcellona P.G. (Me) ma commenteremo solo gli ultimi post.

  • I post. A parte qualche rara eccezione in cui Villarosa, evidentemente, non ha potuto farne a meno, tutti i post della sua pagina sono brevi, efficaci, non superano le 7 righe e contengono quasi sempre call to action, ossia gli inviti a interagire, anche solo per invitare a vedere il video o a visionare il documento allegato.
  • I commenti. L’uso di una pagina Facebook non ha senso a meno che non si interagisca col pubblico. Villarosa è uno dei pochissimi politici siciliani che risponde sul social sia nella chat privata che nei commenti che gli internauti lasciano sul suo profilo.
  • Gli hashtag. Sempre azzeccati e indovinati. Spesso riprendono gli argomenti di tendenza quindi sono studiati ad hoc. Fondamentali per innestarsi in una discussione più generale e facilmente rintracciabile sul web o nel motore di ricerca di Facebook.
  • Le infografiche. Deputato attivo anche nell’uso di video e foto, Villarosa sceglie spesso di postare infografiche a forte impatto emotivo nello stile dei 5 Stelle.
  • I link esterni. Se proprio vogliamo trovare un difetto più sostanzioso, è il rimando a link esterni come articoli o blog. Facebook non predilige nel suo algoritmo i link esterni. Meglio inserire uno spaccato di articolo e citarne la fonte.

 

Insomma non tutto è perduto, ci sono esempi positivi e negativi anche in Sicilia ma a ben vedere da un’analisi più generale è possibile riscontrare esempi positivi anche in chi commette errori e in chi è più attento alle dinamiche comunicative. Di certo non ci si improvvisa Spin Doctor ed è per questo che queste professioni stanno diventando sempre più fondamentali anche tra i nostri politici locali.

 

Santi Cautela

Consulente Politico e per la comunicazione

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L’ANALISI | Clinton, Renzi e la politica del remake: smarrite le idee?

Ha ragione Roberto Recchioni quando scrive che si nasce nuovi e si muore “remake”. L’autore di Dylan Dog fa riferimento ai grandi classici che tornano al cinema e in tv, da Twin Peaks a Ghostbusters, Batman, Star Wars, Indipendence Day.

Siamo a corto di idee?

Guardando lo scenario dell’industria culturale occidentale si direbbe proprio di sì. In politica poi, sembra abbastanza evidente che anche quando sia presente una novità, essa alla fine vada sempre nella direzione dello status quo. L’Italia di Renzi è l’Italia del Gattopardo. Ancora una volta. Come un gene individuato dall’intrepido Tomasi di Lampedusa nel dna alieno tutto italiano. Renzi confeziona riforme che portano alla stagnazione, la Gran Bretagna rispolvera la teoria isolazionista dei Paesi anglosassoni, la Germania di Frau Merkel gioca ancora a fare la voce grossa con le voci piccole degli stati satellite. C’è poi la notizia dentro la notizia: la Spagna, Paese occidentale abbandonato dai media, cresce il suo Pil dopo mesi senza governo stabile. Della serie “il corpo funziona anche senza testa” …in quel caso meglio!

Ma l’esempio più ambiguo viene dall’Occidente più smarcato che ci sia: gli Stati Uniti d’America

Lì assistiamo al remake dei remake. Da un lato un Clinton bis, dall’altra invece un candidato che è ancora alla ricerca di una sua identità ideologica e politica. Il camaleontico Trump gira in tondo all’estrema destra e all’estrema teoria del voltagabbana: quella cioè di chi si presenta sul palco e sfodera discorsi adattati ai contesti più disparati. Ci ha provato ad essere moderato, poi ricasca ancora come a Phoenix, a proposito di “rinascite”.

Ricorda un po’ i 5 Stelle in Italia: una smentita è una notizia data due volte e quindi passano da una issue a un’altra polarizzando le loro posizioni. Capire il grillismo è la sfida della fast politic 2.0 come direbbe il Professor Cacciotto. Le sfide degli analisti stanno tutte ovviamente dentro i confini dell’interpretazione e questa volta appare chiaro che chi nasce nuovo, per un datagate o un avviso di garanzia di troppo, muore irrimediabilmente remake.

Santi