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Category Archive: analisi

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Il rigurgito delle fake-news: quando una notizia vera viene bollata come falsa

Le Fake-News sono notizie tendenziose diffuse a regola d’arte che sviano il lettore dalla verità. Dietro ogni bufala o fake-news si cela spesso una strategia, politica, sociale o di semplice satira, che usa questo strumento per raggiungere un fine specifico: popolarità, consenso, notorietà, click in valore economico.

In maniera più approfondita le fake news si diffondono grazie a quello che gli esperti chiamano “pregiudizio di conferma” ossia quel bias cognitivo che ci fa ricercare notizie che motivano le nostre opinioni. In questo senso, siamo più esposti a immagazzinare dati e notizie da chi “la pensa come noi”.

Esistono tecniche precise per diffondere queste notizie ma in buona sostanza è il web il mare in cui nuotano le fake-news. I sistemi di ricondivisione poi fanno il resto. Non importa se è vera l’affermazione “tutti gli immigrati rubano”, nel momento in cui la condivide una fonte cosiddetta autorevole in termini di notorietà – vedi su Twitter Donald Trump – quella fake-news diviene notizia perché raggiunge rapidamente tantissimi utenti e quindi si diffonde come un cancro.

Per neutralizzare gli effetti dirompenti delle fake-news Facebook per esempio si è dotato di un algoritmo specifico e di un’agenzia di monitoraggio che effettua il cosiddetto “fast-checking.” Secondo gli esperti però, il modo migliore per contrastare questo fenomeno è il diffondere buone prassi nella vita reale attraverso laboratori nelle scuole, nelle università e nei circoli di aggregazione. L’obiettivo è creare una “consapevolezza diffusa” capace di fare da argine al diffondersi delle bufale in rete.

Assistiamo tuttavia a un nuovo fenomeno collegato alle fake-news. In quanti hanno letto una notizia magari “gonfiata” nel titolo o che ci sembra così incredibile tanto da farci esclamare “sarà una fake news“. Sono le meta-fake-news, la nuova frontiera delle conseguenze delle bufale online. L’ansia da fake-news (ed è a mio avviso il pericolo peggiore) fa in modo che anche le notizie vere possono essere “percepite” come false per un nuovo preconcetto che sta nascendo specie tra i più giovani. Il fenomeno è ancora a maglie strette ma potrebbe presto avere effetti sul giornalismo e sul linguaggio. In futuro i giornali online – già in evidente crisi e in costante ricerca di click – potrebbero abbandonare il modello del giornalismo “urlato” perché, molto semplicemente, è un modello destinato al declino.

La vera frontiera del giornalismo sarà quindi diffondere buone pratiche fuori ma lavorare affinché anche le notizie vere siano fabbricate tenendo presenti determinati frame fuorvianti. Solo così potremo evitare il rigurgito delle fake-news: la bufala della bufala.

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Nuovo algoritmo Facebook: come salvare la tua Pagina

Lo scorso 11 gennaio Mark Zuckerberg ha annunciato al mondo che il suo social network avrebbe aggiornato l’algoritmo che gestisce le newsfeed, la sezione aggiornamenti, penalizzando le pagine con poca interazione. Scopriamo insieme come arginare questo nuovo vincolo di Facebook con pochissimi passaggi.

Quali motivazioni si celano dietro questa precisa scelta aziendale? Ce lo dice lo stesso patron di Facebook, in un post che mira a chiarire perché si è scelto di scartare la visibilità nelle newsfeed per pagine e altri strumenti.

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«Con questo aggiornamento, vogliamo dare priorità ai post che accendono conversazioni e interazioni significative fra le persone. Per farlo, cercheremo di prevedere con quali post vorrai interagire con i tuoi amici, e cercheremo di mostrarteli più in alto nel feed».

 

Senza entrare in polemica col gigante di Cupertino, sarà molto più difficile per aziende medio piccole far conoscere le proprie novità attraverso la bacheca degli utenti che hanno già messo mi piace. Prediligendo la “relazionalità” tra utenti, infatti, si riduce di molto la possibilità per alcuni tipi di pagine di scalare la classifica dei giganti che non dovrebbero essere scalfiti da questa novità.

Rispetto all’aggiornamento di agosto, questo nuovo algoritmo è in linea con le scelte di Facebook di colpire sia chi favorisce le fake news tramite inserzioni, sia chi favorisce il clickbait. Quest’ultima pratica crea false aspettative portando fuori dal social gli utenti attratti da un’esca falsa.

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Come intervenire in concreto?

Ci sono due possibili vie, la prima sembra quella preferita da Facebook: le inserzioni. E’ abbastanza naturale, a fronte del nuovo algoritmo, per non farsi travolgere da contenuti più ricondivisi, pagare risulta l’unica soluzione.

Oppure creare relazioni. Questo potrebbe essere il futuro della comunicazione su questo tipo di social, sempre più “media” a tutti gli effetti. Nel futuro saranno gli utenti di Facebook a selezionare i contenuti informativi e questo potrebbe tagliare fuori parecchie piccole e medie imprese.

A relazionalità imposta si risponde quindi con relazionalità strategica. Come fare?

  • I contenuti vanno studiati e ripensati per coinvolgere il pubblico. Quindi call to action ma anche notizie-intrattenimento che favoriscono l’engagement. Selfie, video degli utenti, commenti devono essere il nostro pane quotidiano per restare vivi sui social. Se poi siamo fortunati saremo anche viral.
  • I contenuti devono essere pensati per inserirsi all’interno di conversazioni quindi devono coinvolgere sempre più gli utenti. Il nuovo algoritmo penalizzerà quei contenuti con pochi likes ma soprattutto con pochi commenti, bisognerà attrezzarsi e ripensare la propria strategia top down facendola diventare sempre più grassroots.
  • Sfruttare il fandom, coinvolgere gli utenti, renderli protagonisti. Calibrare i contenuti sui micro-target. E soprattutto sfruttare la tendenza del momento: i V-Log, ossia le rubriche video pre-confezionate coinvolgendo opinion leader, star, esperti, persone note.
  • Cercare di avere l’esclusività sui social su qualunque tipo di notizia o prodotto può aiutare a creare condivisioni e partecipazione. Se prima l’originalità era infatti una delle caratteristiche del marketing non convenzionale in rete, oggi diventa il vero cavallo di battaglia.

 

Se volete approfondire l’argomento scrivetemi sul mio profilo Facebook o su Twitter, anche se ultimamente preferisco Linkedin.

Torneremo sull’argomento poichè questo è un periodo di transizione in cui tutti si stanno attrezzando per restare “a galla” e anche noi impariamo mentre sperimentiamo nuove soluzioni.

Santi Cautela

Lo staff del candidato (Deputato) Antonio Catalfamo

Sicilia 2017 | Storia di una campagna elettorale vincente tra strategia e comunicazione.

Riproponiamo l’articolo scritto per 2BeSpin che racconta l’ultima campagna elettorale che ho seguito. Buona lettura.

 

4238 voti. Di quella notte ricordo la mia frase “Antonio hai due possibilità su tre di essere deputato”. Deputato, sì, perché da queste parti in Sicilia, si chiamano così i consiglieri regionali. E non per lo stipendio, ridotto nel 2014 di circa il 40%, ma perché Palazzo dei Normanni contiene il più antico Parlamento d’Europa.

Fatta la premessa storica, come l’inizio di ogni buon saggio, torniamo sul pezzo. ‘Torniamo’ era ed è il nostro slogan: “Torniamo Protagonisti” che oggi è diventato “Adesso Protagonisti” per ricordarci che il vero lavoro inizia ora. Torniamo all’inizio.

Un anno fa incontrai questo giovane candidato – Antonio Catalfamo – al quale promisi in un bar che si chiama “Frank”Frank pensai, come Frank Underwood, che sia di buon auspicio – di fare una campagna diversa, molto “americanizante”. Iniziammo da subito a prospettare la strategia per il posizionamento. Non è facile per un candidato di 36 anni che mai aveva fatto politica, ottenere riscontro tramite i social. Abbiamo creato la piattaforma, il blog, e abbiamo iniziato ogni giorno a produrre contenuti diversi. L’associazione creata era il brand, il contenitore per i contenuti. In attesa di liste e listini. Sono aspetti della strategia che rivelo per la prima volta ma che per ovvi motivi, non posso svelare del tutto. Il punto è che non avendo partiti alle spalle o altro, dovevamo partire dall’associazionismo per coinvolgere le persone.

La prima battaglia fu quella per l’ambiente: l’amianto. Il tema forte, veramente forte di questa campagna elettorale, essendo il nostro un comprensorio altamente inquinato. Ricordo che studiammo un sacco. Feci una lista delle famiglie delle vittime, cercai di ricostruirmi un micro-segmento. Dovevamo parlare a queste persone che in gran parte, avevano bisogno di esser ascoltati dalla politica. Gli abbiamo dato un megafono, gli abbiamo dato una fila di sedie bianche per commemorarle durante il convegno coi tecnici, e poi la proposta che, vi anticipo, potrebbe ora diventare legge. Nel nostro comprensorio abbiamo contato più di 700 persone morte per amianto. Alle loro famiglie oltre il lutto spettano anni di processo per il riconoscimento di un giusto indennizzo. Da questo siamo partiti. Trovare riscontro in questa prima battaglia è stato il vento che ha fatto dispiegare le vele.

Mentre impostavamo grafiche e le strategie di copywriting, siamo andati avanti incasellando sostanzialmente un contenuto dietro l’altro attraverso tre filoni: la denuncia, la vigilanza e la proposta. Queste tre piste torneranno sempre durante tutta la campagna. Bisogna osservare, bisogna gridare, bisogna proporre. Nella prima grande fase della campagna abbiamo fatto questo: dai temi legati all’ambiente fino a quelli della sicurezza e, soprattutto, legati al turismo. Abbiamo quindi ricostruito un programma basandoci su queste macro-aree, le abbiamo divise per colore, le abbiamo trasformate in infografiche e abbiamo iniziato a condividere pillole di programma per un anno intero.  Abbiamo usato i giornali per diffondere le nostre idee: l’azione di ufficio stampa è stata la più difficile. Dovevamo sempre “stare sul pezzo” e battere l’esclusiva. Se pensate che il difficile sia uscire sui giornali, immaginate di farlo con una piccola associazione nel vespaio di cori politici tra deputati e senatori. L’abbiamo fatto. Seconda spunta alla strategia.

La formazione. Faceva parte del posizionamento. Chiusi in studio due volte la settimana, abbiamo studiato per il media training e il public speaking. Il candidato dopo 6 mesi di corso avrebbe potuto affrontare la Gruber e Travaglio e uscirne integro come dopo una seduta di massaggi cinesi. Ricordo di un pomeriggio, 4 ore di “finta” intervista sotto torchio cronometrando ogni singola risposta entro i 90 secondi. Un ring pieno di cattiverie anche personali, sulla figura del padre fino alla credibilità di un giovane inesperto. Ci sono andato pesante, me lo ricordo.

Video. Nei mesi successivi notammo che il nuovo strumento “dirette” veniva usato, abusato e sfruttato da i leader politici di mezzo Paese, da Salvini e Renzi. La magia degli algoritmi di Facebook faceva sì che avessimo a disposizione un palco con una platea che variava da 20 a 2k spettatori. Ogni settimana abbiamo prodotto un contenuto di questo tipo, sia video in differita che in diretta dai posti più improbabili per raccontare i problemi del territorio e parlare, all’interno della stessa cornice, di una soluzione.

“Ma chi è sto tizio” si saranno chiesti in molti. Avevamo sete di notorietà. Per i video in differita sempre dentro i 90 secondi, per le dirette sempre più di 5 minuti. Sempre in esterna. La video diretta della conferenza stampa di presentazione dell’Associazione siamo riusciti su mia proposta a organizzarla alla Camera dei Deputati a Roma. In differita anche su Radio Radicale. Pochi i giornalisti ma ci interessava il frame istituzionale che ci ha effettivamente regalato visibilità sui giornali locali, di ritorno a Messina, come conquistatori della “Luna” e credibilità tra i competitors.

Foto. Questa mania l’abbiamo rubata a Obama. Le sue foto girano ancora su instagram molto più delle foto di Justin Bieber. Volevo apportare, dopo il posizionamento politico, un tocco di leadership al candidato. Quindi abbiamo scelto una persona che lo seguisse, addetta solo alle foto (la sorella del candidato). Foto emotive, foto importanti. Abbiamo approfittato del “bell’aspetto” del candidato e del fatto che sui social fosse seguito da un consistente pubblico femminile. Abbiamo dovuto cambiare rotta però perché nel mezzo della campagna c’è stato il matrimonio. Prima di questo abbiamo parlato di famiglia alle famiglie. Abbiamo quasi sempre tenuto un tono molto moderato. L’idea era quella di un candidato fresco e di rottura ma non populista, di destra ma non necessariamente distante dalle altre categorie politiche. Per fare questo ci siamo basati poco sui simboli e molto sui contenuti.

Questo ci ha portato a dover virare rapidamente per parlare allo zoccolo duro dell’elettorato, ricordo che lanciai una bomba. Un comunicato stampa che avrebbe fatto imbufalire i comunisti ma che avrebbe fatto sembrare il candidato un eroe sia per l’elettorato moderato che per quello più a destra. Così è stato. Dopo questa prima polarizzazione ci preparavamo a interloquire col partito di riferimento: Fratelli d’Italia. Sapevamo che la scelta della lista sarebbe stata decisiva. Per settimane abbiamo tentennato poi la decisione di Musumeci di dividere in due queste risorse: una lista per i partiti di destra e una lista per il suo movimento Diventerà Bellissima. Fu a quel punto – lo rivelo per la prima volta – che fui contattato dall’Agenzia Reattiva di Catania per una consulenza. Reattiva ha curato la comunicazione di Musumeci ma a loro mancavano le competenze “politiche”.

Tornando al candidato, tornando ai GOTV. Spiegai che le campagne elettorali avevano riscoperto il valore della relazione interpersonale per cui via ai porta porta e alle telefonate. Credo sia stato questo il segreto della vittoria, almeno in parte: spendere il candidato strada per strada. Incontrare quanta più gente possibile. Nel pieno della campagna, a due mesi dal voto, ci accorgemmo di essere in ritardo per girare il videospot su cui avevo basato l’intera campagna. La mia idea era quella di usare tutta la retorica e la simbologia che durante la campagna non avevamo mai usato, per basarci sui contenuti e per inseguire i microtarget. Ma questo video doveva essere per la folla indistinta. Doveva funzionare come richiamo emotivo. Puro pathos. Così scrissi i testi usando delle parole chiave come “storia” e “territorio”. Non fu facile. In pochi giorni dovevamo essere su più location e spesso il rischio di fallire fu molto alto ma io mi ripetevo: dobbiamo vedere il lavoro finito prima di giudicare. Messi insieme testi, immagini e musiche lavorammo di post-produzione. Un lavoraccio. Il risultato finale? Secondo molti, tecnicamente perfetto. Per gli addetti ai lavori troppo retorico. Per il popolo di Facebook? Un successo. Il nostro è stato il videospot più visto e visualizzato di tutti i candidati della circoscrizione di Messina (anche di quelli che hanno speso tot mila euro mentre il nostro budget per il video era sotto i mille).

Visto da 5 mila persone, visualizzato da 16 mila. Centinaia le reaction e i commenti, oltre 70 le condivisioni. Risultati da sponsorizzata. A proposito, la campagna low cost in stile Bernie Sanders ci mise alle strette: nessun spazio sui giornali comprato, nessun spazio sui tg comprato, tv locali zero, spazi pubblicitari e cartellonistica il giusto, forse anche troppo poco.

Tra gli 8 deputati vincenti siamo quelli che hanno speso meno. Siamo stati i davide che hanno provato a sfidare i Golia. Mentre altri smuovevano milioni di euro, noi siamo riusciti a star dentro i 15 mila euro. L’ultimo comizio, una fatica incredibile. Un discorso di mezz’ora che doveva riassumere tutte le nostre battaglie di un anno, ogni frase uno slogan strappa-applausi, una ultima sterzata in favore del popolo che aveva sopportato bene i nostri contenuti tecnici più che politici. Anche lì, come ogni comizio, diretta Facebook per potenziare la portata del messaggio. Un successo durato 24 ore. Abbiamo vinto nonostante i miei dubbi sull’eccessivo endorsement al partito – che ha tirato anche per noi alla fine – e che ha portato una “contro-tendenza” rispetto alle aspettative.

Primi nella nostra lista, lo certificammo quasi subito in giornata, durante lo spoglio. Il grosso dei voti smistato nelle città dove eravamo stati presenti con la comunicazione sui giornali nei mesi addietro. Lo zoccolo duro di 2 mila voti tra Barcellona e Milazzo, le due città più grandi della provincia di Messina. E poi quel trend che saliva e scendeva per tutto il giorno costringendoci a 20 ore di conteggi e riconteggi al cardio palma. Qualcuno parlò di batti-quorum. Mai soundbites fu più efficace. Mantenni il sangue freddo fino alla fine e anche dopo, quando tutti festeggiavano, io ero lì a fare i conti per accertarmi che fossimo veramente noi i vincitori di quel maledetto ultimo seggio disponibile. Ottavi su otto seggi. Eravamo dentro insieme agli altri 34 deputati della nuova maggioranza di governo di Musumeci. Fuori la lista vicina a Crocetta. Fuori quel deputato a lui vicino da 11 mila voti. E noi lì con i nostri 4238 voti di “simpatia”. Ci avevano definiti quelli che non ce la potevano fare. Oggi i giornali ci chiamano “la sorpresa” di queste elezioni. Il delitto perfetto come lo ha definito il leader del partito in provincia Giuseppe Sottile.

Si va a Palermo ora per trasformare in fatti le nostre idee. Felicità al quadrato e tanti capelli grigi sulla mia testa.

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La privacy zero di The Circle, il film che riflette sull’uomo come insieme di dati in rete

Il tema della reputation economy come sapete mi appassiona. Parliamo di una verità che oggi è a portata di mano, ossia la gigantesca mole di dati sulla nostra vita e sui nostri gusti, pensieri, stili, mode che viaggiano sulla rete. Questi dati costituiscono – non soltanto l’espressione Big Data di cui avrete sicuramente sentito parlare – ma il presupposto fondamentale su cui ruotano alcune riflessioni post-moderne sul concetto di reputazione digitale.

Queste informazioni, a disposizione di aziende e multinazionali, possono essere una risorsa incredibile ma anche una importante invasione di privacy che ormai, sembra sempre più inesorabilmente compromessa. Molti studiosi sostengono poi che un social per funzionare – o meglio, un avatar – deve trovare in qualche modo una corrispondenza nella vita reale. Su queste e altre questioni si sono basati film come The Social Network e Her, due pietre miliari del cinema “digitale” 4.0, ossia in grado di riflettere sul nuovo rapporto tra macchina e uomo e tra schermo e vita.

Un altro film uscito questa estate in Italia che ho avuto modo di vedere ieri, è The Circle, film tratto dal libro di Dave Eggers, “Il Cerchio” (Mondadori), con Tom Hanks ed Emma Watson ma anche con John Boyega, il Finn di Star Wars. Per molti la struttura di questo film non ha convinto, eppure ha permesso, su un piano di lettura più alto, alcune riflessioni “a portata di mano”, su una questione spinosa come quella della reputation economy.

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La storia di questo film è incentrata su questo super social che fonde viralità e community all’insegna della “trasparenza” ossia di un sistema di micro-telecamere che permette di raccontare e vivere attraverso le vite degli altri. Zero privacy vuol dire trasparenza assoluta, quindi niente bugie o falsità, niente crimini, niente errori quindi più conoscenza, equazione semplice. Ma fino a che punto si è disposti a rinunciare alla propria privacy in nome di una società più “giusta” e vera?

Nel film questo aspetto viene trattato in relazione per esempio alla politica, ai deputati che scelgono di mettere in rete i propri incontri, le proprie spese, le loro vite. Vi suona famigliare? Esiste già un partito costruito sul concetto di rete e di condivisione, di comunità-cerchio attorno al suo leader profetico. Il concetto stesso di democrazia partecipata passa dal web 3.0. Date un’occhiata la profilo Facebook di Luigi Di Maio, ditemi se tutto questo non è già realtà.

Attenzione perché queste argomentazioni non si discostano molto da certe tematiche, nel film toccate creando dei paradossi, come la viralità, la morbosità del web, la tendenza a usare o non usare filtri. Non solo. Il problema è il passaggio da una società liquefatta, per dirla alla Baumann, a una civiltà iper-connessa, con tutti i rischi del caso. L’uomo diventa un avamposto fisico e digitale di dati in movimento, un algoritmo studiato da altri algoritmi complessi. Lo vediamo tutti i giorni: le pubblicità di Adwords che ci inseguono sui social dopo che mettiamo “mi piace” a un prodotto o a una data pagina, magari a una blogger o un cantante. Tutto questo è già realtà. Per alcuni fa ovviamente paura, perché le conseguenze possono essere quelle visibili in The Circle – quindi la proiezione di emozioni e sentimenti più o meno positivi e polarizzati in un enorme realitiy show senza filtri e senza medium, poiché il medium siete voi – oppure l’appiattimento e l’azzeramento delle emozioni per paura di finire in pasto al Grande Fratello – e questo è il caso di un altro recente film, The Equals, dove i protagonisti vivono in una società perfetta privata dei sentimenti.

Nel film The Circle sono presenti tanti riferimenti paradossali che sanno di “già vissuto”. La vita sui social considerata parte dell’attività “lavorativa” di una persona, la condivisione dei dati medici e di tutti quelli che hanno a che fare con hobby e sport, la finestra sull’intimità che sfocia nella pornografia di prossimità, la ricerca di nuovi spazi dove sedimentare i nuovi archivi della conoscenza, basati su persone e abitudini, ricordano molto i server Facebook costruiti nel deserto dell’Oregon.

Guardate questo film e riflettere su questi elementi. Fatemi sapere se ne trovate di altri. Scrivetemi a santicautela@gmail.com, dopotutto anche noi della blogosfera siamo una enorme comunità alla ricerca di conoscenza, ognuno con la sua webcam, ognuno con la sua mole di dati in rete. Siamo già nel cerchio. Il processo è già in atto. Siatene consapevoli.

Santi Cautela

AGNES-SICILIA

Speciale Elezioni Regionali siciliane: tra un post su Facebook e un post in lista

Le elezioni regionali di novembre 2017 segneranno una svolta per la politica nazionale. Gli attori politici in campo non si contendono solo gli scranni dell’Ars – Assemblea Regionale Sicilana – ma anche la capacità di cambiare rotta agli equilibri nazionali della politica così come l’abbiamo letta in questi mesi.

Lo scenario che si presenta è tripolare: il gruppo del centrodestra, capitanato da Nello Musumeci con il pesante apporto di Forza Italia, è l’ultima formazione a essersi rimpolpata. Subito dopo troviamo il Movimento 5 Stelle con Giancarlo Cancelleri e infine il gruppo del centrosinistra, spacchettato in due anime: quella dell’asset tra Pd e Alternativa Popolare con Fabrizio Micari e il resto della sinistra che si muove attorno la candidatura di Claudio Fava, altro nome illustre di questa campagna.

Secondo gli ultimi sondaggi, sembrerebbe un testa a testa tra Musumeci e Cancelleri, entrambi superano il 32% con modalità drasticamente diverse. Musumeci ha con sè, oltre il prestigio del suo trascorso come politico e come presidente dell’Antimafia, una squadra molto ampia di partiti, da Fratelli d’Italia a Forza Italia, Noi con Salvini, Idea Sicilia, parte dell’Udc e così via.

Cancelleri è il leader di un movimento siciliano che si è rinsaldato all’Ars nelle varie commissioni ma che punta sul simbolo più che sulla squadra, o meglio, come direbbe Luigi Di Maio, l’obiettivo è il programma di governo. Un elettorato molto diverso? Probabilmente no. In Sicilia i 5 Stelle sono già stati “primo partito” mentre il centrodestra si è sempre presentato “scorporato” a causa del mancato accordo sul candidato, stavolta trovato al fotofinish dopo mesi di tentennamenti, dietrofront e bagarre tra Berlusconi, Miccichè e parte di Diventerà Bellissima, il movimento di Nello Musumeci.

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Un movimento che si è mobilitato da circa un anno grazie a una comunicazione tout court soprattutto sui social – ma anche con la cartellonistica – realizzata dall’agenzia di comunicazione Reattiva, con sede a Catania. Ho avuto il piacere di conoscere “le menti” dietro questa comunicazione molto “americana” che sta davvero facendo la differenza in termini di riconoscibilità del candidato e dei suoi fedelissimi. Addirittura si è fatta a guerra per avere un posto nella lista di Musumeci, al punto da convincere i vertici a creare due valvole di sfogo: una lista che racchiude i simboli scomposti di FdI, Noi con Salvini e altre piccole associazioni mentre un’altra – la lista ammiraglia – con il simbolo di Diventerà Bellissima.

Gran parte dell’elettorato sarà motivato proprio dalla forza dei singoli candidati sul territorio, mentre quello dato ai 5Stelle è ancora una volta un voto di protesta dato al cartello. La Sicilia ha accumulato 5 miliardi di euro di debiti in questi anni, è ultima per produttività tra le regioni europee e tra le ultime anche per il tasso di disoccupazione macro e giovanile. Questo si traduce ovviamente in uno scollamento progressivo dell’elettorato dai partiti tradizionalisti – anche se Forza Italia mantiene un buon trend in Sicilia come partito trainante grazie ai big interni – e alla base. Cosa vuol dire? Che assisteremo probabilmente a due fenomeni da record: il tasso di astensione e il disinteresse per il voto da parte dei giovani tra i 18 e i 24 anni.

Anche Musumeci è stato in grado di concentrare sulla sua figura autorevole il consenso di molti delusi della politica siciliana ma la grande sfida sarà attrarre il voto dei Neet, ossia di quei giovani che non cercano lavoro e si sono rassegnati. Mentre Musumeci è molto concentrato sul porta a porta e sui social network, i 5 Stelle sono invece a caccia di visibilità sui media tradizionali. Visibilità che viene garantita dalla presenza dei leader nazionali Di Maio e Di Battista che colmano il gap di notorietà di Cancelleri che rischia di divenire il governatore meno “noto” ai cittadini.

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Nella galassia del centrosinistra ormai sempre più centro, l’apporto di Alternativa Popolare è ormai nullo dopo la fuori uscita di molti big che hanno girato le spalle ad Alfano. Il Pd paga invece lo scotto di un’esperienza di governo da fiancheggiatori di Crocetta, il quale, con un recente sondaggio, ha dimostrato di esser percepito come il peggiore tra i governatori siciliani. Un’esperienza di governo giudicata da molti opinion leader e network dei mass media, decisamente disastrosa.

Un’altra caratteristica di questa campagna elettorale sono – e saranno – i cambi di casacca. La transumanza politica è sempre stata molto forte in Sicilia e ha lasciato forti cicatrici. Una di queste si chiama Totò Cuffaro, ancora decisivo nel sistema di alleanze politiche dall’esterno, proiettato stavolta sull’asse centrista targato Pd-Ncd.

La riduzione dei seggi da 90 a 70 e la nuova legge elettorale regionale aggiungono il macigno finale a una campagna elettorale difficile, complessa, soprattutto per la lontananza della gente dai circuiti politici “di palazzo”, siano essi la tastiera di un pc per i panstellati, o i circoli politici del centrodestra. Sarà una battaglia tosta e all’ultimo voto dove il protagonista indiretto potrebbe davvero essere l’elettore che resta a casa, mentre gli altri decideranno in gran parte nelle ultime due settimane. Speriamo di no, per il bene della Sicilia.

Santi Cautela

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La Play Station è una roba seria: lo strano rapporto tra tv, gioco e realtà

Qualche tempo fa in una galassia lontana lontana esisteva la prima Play Station Sony. Quante cose sono cambiate in questi primi 20 anni di vita della consolle Sony arrivata ormai alla quarta edizione Pro.

Eppure la Play Station ha davvero cambiato le nostre vite, entrando nell’immaginario collettivo come forma “assoluta” di intrattenimento – non solo maschile oggi – e di condivisione. E’ cambiato insomma il modo di percepire il gioco anche a livello simbolico. Prima solo per fanatici e smanettoni, oggi i videogame sono la normalità alla portata di tutti, portafogli permettendo, ovvio. Tutti ci giocano, anche i più insospettabili. A proposito di frame sulla “normalità” guardate questo tweet di Filippo Sensi – alias consulente politico di Matteo Renzi – durante la notte degli spogli per le Regionali.

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Matteo Renzi e Orfini che giocano a Pes. Da lì a poco i due “guru” del Pd insieme al maestro Sensi avrebbero raggiunto l’apice del loro “impero galattico” per citare Star Wars Battlefront, noto gioco per consolle e Pc. Quindi anche la Play Station entrata nell’immaginario politico come modo “onesto” di fabbricare intrattenimento tra un tweet e l’altro, tra un’elezione e una riunione alla Camera.

Nulla di nuovo, almeno in Italia. In America giocare alla Play Station è così routine da esser presa come spunto dagli stessi sceneggiatori di House Of Cards. Guardate il protagonista, Frank Underwood – Kevin Spacey – il quale presta poi la voce e il volto a un noto gioco – Call of Duty – in una perfetta osmosi tra tv, videogioco e cinema. Il concetto stesso di serialità diventa “convergente” e il gioco non è più “isolamento” ma comunicazione allo stato puro.

Persino l’abbigliamento è uguale. Il rilassarsi in attività come giocare alla Play comunica la sicurezza della leadership

Quindi ricapitolando, la realtà ispira il gioco che ispira la realtà che ispira la tv che ispira nuovamente la realtà in un ciclo infinito di prodotti mediali che vanno oltre l’esperienza più virtuale del gioco. Questa è già storia. Ma la Play Station ha davvero cambiato le nostre vite grazie alla poliedricità della piattaforma e al suo multitasking experience. Puoi giocare online, puoi far parte della community, puoi scambiare punti o messaggi, guardare un film, navigare su internet, fare persino attività fisica, puoi condividere con un tasto le tue giocate, come ho fatto qui con i miei amici:

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Insomma bisogna davvero stravolgere l’assioma iniziale. Non è più la Play Station ad aver stravolto il mondo dell’intrattenimento ma è il mondo ad aver stravolto la Play e il concetto stesso di gioco. Magari il prossimo post ve lo scrivo proprio dal network Sony, in fondo ci puoi far proprio tutto.

Nel prossimo articolo parleremo di realtà aumentata e intelligenza artificiale. A proposito di House of Cards 5, chi si ricorda cosa faceva il Senatore Conway per “distrarsi” dalla campagna elettorale presidenziale? E non solo questo…

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Santi Cautela

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VIDEO | Il fucile che uccise Kennedy a Pistoia e le fake-news

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VIDEO | Economia della Reputazione, come essere credibili sul mercato del lavoro

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Messina brucia, il ruolo di Twitter e il ritardo dei media nazionali

Sono giorni che la Sicilia va a fuoco. Giorni in cui un caldo torrido, spesso complice con il vento di scirocco, fanno da scenario a incendi distruttivi su tutto il fronte tirrenico da Messina fino a Palermo. Certo è impossibile escludere la mano dell’uomo in questo tipo di tragedie. Questa mattina Renato Accorinti, la massima autorità provinciale, consegna la richiesta ufficiale di dichiarazione dello stato di emergenza che passa però inosservata sulla stampa nazionale.

Oggi però citiamo la cronaca per parlare del ruolo dei social network in questa vicenda che, mentre scrivo, sta ancora evolvendosi. Da giorni, si diceva, diversi focolai avevano già colpito gravemente Patti e Montagnareale. Poi una nuvola enorme aveva persino oscurato il cielo per decine di chilometri. La stessa che si è rivista oggi da un altro fronte, quello di Messina Nord. Un vasto fronte che circonda l’Annunziata, il quartiere delle “nuove” facoltà universitarie, ha praticamente in poche ore soffocato i cittadini. Diverse abitazioni evacuate – la stessa facoltà di Lettere e Filosofia – e tutti i giornali locali danno la notizia online già nelle prime ore del pomeriggio. Ma sui tg nazionali si parla solo del fronte incendi della California. E Messina brucia. Uno dei primi tweet che lancia l’appello è di Massimo Mastronardo intorno alle 16.

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Questo utente riesce nel suo intento a catturare l’attenzione dei top influencer. Prima Fiorello, poi Nino Frassica, poi i notiziari. Giornalettismo prima e Skytg24 dopo fino alla stessa Concita De Gregorio. E’ un allarme generale che parte da Twitter e si diffonde sul web e su Facebook. Una primavera araba messinese. A tranquillizzare in parte i cittadini ci pensa il canale Twitter dei Vigili del Fuoco, che nel frattempo rilasciano diverse dichiarazioni ai tg:

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Il succo del messaggio è sempre lo stesso: noi ci siamo, mentre l’Italia inizia a indignarsi, siamo già alle 18. Fiorello, che aveva retwettato Mastronardo, interviene con un video su Facebook e lancia l’allarme alle autorità e ai media. L’edizione delle 20 di Skytg24 tratta il problema nel corollario dei focolai in Calabria, Campania, Puglia e Lazio. Ma a Messina il fuoco è tra le case, le strade, le persone. Viene chiusa l’importante arteria autostradale tra Messina e Catania. Nel frattempo l’hashtag #MessinaBrucia è virale ed è al secondo posto a livello nazionale. Il tema si impone nell’agenda setting dei telegiornali grazie al continuo retweetting dei semplici cittadini, spesso senza neanche grossi bacini di follower. Molte foto fanno il giro di Whatsapp e finiscono immediatamente su Twitter, come questa, divenuta virale praticamente in diretta:

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Tra i tanti tweet di studenti e siciliani fuori sede, molti si chiedono perché nessuno parli di questa vera emergenza che ha colpito Messina nelle ultime 24 ore. Per adesso si sa solo che i soliti eroi sono i Vigili del Fuoco e i volontari della Protezione Civile di cui parlano in pochi. Lo stesso direttore del centro emergenze mantiene una grande dignità in diretta tv, senza mai fare appelli ai politici, eppure, ammette laconico “dei mezzi in più, farebbero comodo a tutti”. Conferma che questa è una situazione grave e straordinaria. I social hanno fatto il resto, hanno raccontato la diretta delle fiamme. Ma i social non sono “Twitter” o “Facebook”. Sono le singole persone, i singoli cittadini che si sono sentiti vulnerabili tra le fiamme ma hanno saputo riscoprirsi comunità, condividendo emozioni e speranze, attraverso un hashtag che ha sommerso il silenzio e il ritardo imbarazzante dei giornali. E questo i piromani non sono riusciti a bruciarlo.

Santi Cautela

 

Il Trial Balloon di Miccichè | “Il presidente del Senato in campo? Lo voterebbe anche Forza Italia”

 

REGIONALI: la provocazione di Miccichè: “Grasso candidato? Dovrebbe dimettersi domani. Gli alfaniani vogliono un moderato? Ragioniamo”.

 

Sorgente: “Il presidente del Senato in campo? Lo voterebbe anche Forza Italia”

Chiamasi Trial Balloon. Solitamente è un membro dell’entourage a fare la dichiarazione “prova”, letteralmente, ossia per testare la reazione dell’opinione pubblica e dei mass media. In questo caso Miccichè ci mette la faccia – o usa se stesso come una sorta di estensione del suo stesso partito – per testare la reazione sull’ipotesi di correre insieme al Pd con un unico candidato alla Presidenza della Regione. Non è la prima volta che lo fa. Avrà imparato da Trump che qualche giorno fa aveva usato un esponente del suo staff per far trapelare l’intenzione di licenziare il Procuratore che indaga sul suo conto. La dichiarazione è stato di fatto poi smentita così come quella di Micciché, di fatto, è caduta nel dimenticatoio visto il dietrofront dello stesso Presidente del Senato. Da questo esempio tecnico scopriamo due cose:

  • Miccichè non è interessato alla leadership della coalizione
  • Il partito “padre” del centrodestra siciliano sta seriamente prenendo in considerazione l’ipotesi di correre insieme al Pd per un fronte comune anti 5 Stelle.

Le tecniche di comunicazione e strategia politica, molto spesso, svelano molto più di quello che apparentemente vogliono significare.

 

Santi Cautela