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LIBRI | L’analisi social su De Luca, Sindaco di Messina

Presentiamo oggi il nuovo libro di Emilio Pintaldi che analizza l’ascesa di Cateno De Luca a Sindaco di Messina. Nel libro un capitolo scritto da Santi Cautela contenente un focus sui social network

A colpi di post su Facebook, di tuffi in piscina e di parodie, vuole arrivare alla presidenza della Regione. La comunicazione del sindaco di Messina Cateno De Luca viene passata ai raggi x in un saggio scritto dal giornalista professionista Emilio Pintaldi. La tecnica utilizzata dal politico più “social” della Sicilia viene esaminata in centotrentacinque pagine. La Prefazione del libro è del professore Francesco Pira, sociologo e docente dell’Università di Messina ed esperto dei fenomeni social e di comunicazione politica.

A darlo alle stampe, Casta editore, una società editrice indipendente. La metà dei diritti che spettano all’autore sarà devoluta al centro Nemo sud di Messina che si occupa dei pazienti affetti da malattie neuromuscolari e all’associazione Abc amici dei bimbi in corsia. Nel volume anche un approfondimento del giornalista Santi Cautela che ha analizzato le parole e i temi affrontati durante la campagna elettorale da De Luca. Il libro sarà esposto in anteprima alla manifestazione “Una Marina di Libri” all’Ortobotanico di Palermo dove potrà essere anche acquistato. Tre le presentazioni ufficiali previste nel mese di giugno. Per lanciare il libro, Emilio Pintaldi, ha scelto la città della valle dei templi.

“Nell’era di internet e dei social- scrive l’autore- il tradizionale ufficio stampa e la vecchia comunicazione pubblica fatta di fax, conferenze stampa e comunicati, sono totalmente superati. E’ una conseguenza dello spostamento di grandi masse di utenti sui social, dell’abbandono da parte di intere generazioni della carta stampata, dell’avvento di una televisione che utilizza la “smart tecnologia”.  I leader post-politici- quelli che hanno preso il posto dei predecessori che utilizzavano i media tradizionali come normali canali di comunicazione, molto spesso, non hanno un vero e proprio addetto stampa. Non hanno uno spin doctor. Non hanno un portavoce. Cateno De Luca, sindaco di Messina dal giugno del 2018, rappresenta il superamento di qualsiasi mediazione tradizionale tra la politica pubblica e il cittadino”.

Santi Cautela
santi cautela

EVENTI | Come si scrive un post? Ecco il corso che fa per te

L’uso della parola ai tempi dei social è fondamentale perché strettamente correlato alla qualità del prodotto condiviso.
Esistono tante tecniche per iniziare, ho quindi pensato a un workshop rivolto agli appassionati in cerca di qualche trucchetto.
Santi Cautela
fake-news sui giornali

Il rigurgito delle fake-news: quando una notizia vera viene bollata come falsa

Le Fake-News sono notizie tendenziose diffuse a regola d’arte che sviano il lettore dalla verità. Dietro ogni bufala o fake-news si cela spesso una strategia, politica, sociale o di semplice satira, che usa questo strumento per raggiungere un fine specifico: popolarità, consenso, notorietà, click in valore economico.

In maniera più approfondita le fake news si diffondono grazie a quello che gli esperti chiamano “pregiudizio di conferma” ossia quel bias cognitivo che ci fa ricercare notizie che motivano le nostre opinioni. In questo senso, siamo più esposti a immagazzinare dati e notizie da chi “la pensa come noi”.

Esistono tecniche precise per diffondere queste notizie ma in buona sostanza è il web il mare in cui nuotano le fake-news. I sistemi di ricondivisione poi fanno il resto. Non importa se è vera l’affermazione “tutti gli immigrati rubano”, nel momento in cui la condivide una fonte cosiddetta autorevole in termini di notorietà – vedi su Twitter Donald Trump – quella fake-news diviene notizia perché raggiunge rapidamente tantissimi utenti e quindi si diffonde come un cancro.

Per neutralizzare gli effetti dirompenti delle fake-news Facebook per esempio si è dotato di un algoritmo specifico e di un’agenzia di monitoraggio che effettua il cosiddetto “fast-checking.” Secondo gli esperti però, il modo migliore per contrastare questo fenomeno è il diffondere buone prassi nella vita reale attraverso laboratori nelle scuole, nelle università e nei circoli di aggregazione. L’obiettivo è creare una “consapevolezza diffusa” capace di fare da argine al diffondersi delle bufale in rete.

Assistiamo tuttavia a un nuovo fenomeno collegato alle fake-news. In quanti hanno letto una notizia magari “gonfiata” nel titolo o che ci sembra così incredibile tanto da farci esclamare “sarà una fake news“. Sono le meta-fake-news, la nuova frontiera delle conseguenze delle bufale online. L’ansia da fake-news (ed è a mio avviso il pericolo peggiore) fa in modo che anche le notizie vere possono essere “percepite” come false per un nuovo preconcetto che sta nascendo specie tra i più giovani. Il fenomeno è ancora a maglie strette ma potrebbe presto avere effetti sul giornalismo e sul linguaggio. In futuro i giornali online – già in evidente crisi e in costante ricerca di click – potrebbero abbandonare il modello del giornalismo “urlato” perché, molto semplicemente, è un modello destinato al declino.

La vera frontiera del giornalismo sarà quindi diffondere buone pratiche fuori ma lavorare affinché anche le notizie vere siano fabbricate tenendo presenti determinati frame fuorvianti. Solo così potremo evitare il rigurgito delle fake-news: la bufala della bufala.

Santi Cautela
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Giancarlo Cancelleri (M5s) a Milazzo per presentare “I Viceré al tempo di Facebook”

Si è svolta sabato la presentazione del libro “I Viceré al tempo di Facebook” (Casta Editore) alla presenza dell’autore Santi Cautela, della giornalista milazzese Rossana Franzone e con la partecipazione straordinaria dell’On. Giancarlo Cancelleri, leader del Movimento 5 Stelle in Sicilia e Vice-Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana.

Il contesto è stato il caffè letterario da Totù che torna a far parlare di sè attraverso gli appuntamenti culturali nel cuore di Milazzo.

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Il nuovo libro del giovane giornalista milazzese affronta la tematica del rapporto tra social e politica, analizzando l’esempio siciliano dall’ultima campagna elettorale del 2017 a oggi, che ha visto sfidarsi due “campioni di comunicazione”: Nello Musumeci e Giancarlo Cancelleri.

“Oggi siamo tutti potenziali brand, questo perché è aumentata la personalizzazione della politica – ha detto Cautela – ci sono tanti messaggi, siamo bombardati da spot. All’aumento dell’offerta politica diminuisce la nostra soglia di attenzione che dal 2010 a oggi si è dimezzata. Ecco perché l’unico modo per attirare la nostra attenzione è usare un linguaggio semplice e sintetico ma soprattutto rivedere l’approccio con l’elettorato. La commistione tra social e strumenti tradizionali permette di rendere l’elettore partecipe e di poter realmente avvicinare il candidato per strada.”

 

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Giancarlo Cancelleri che conserva il record di politico siciliano – e tra i più seguiti in Italia – con maggiore interazione sui social ha ricordato l’importanza di pianificare bene la comunicazione con un attento studio e infatti “spesso io nei post e nelle foto sono solo un modello che viene fotografato nella posa migliore – ha detto, Cancelleri, aggiungendo che oggi “il mezzo social serve per informarsi e il cittadino così forma la sua coscienza. Poi subentra l’importanza del porta-a-porta, unisci la parte social all’incontro diretto con il politico: crei l’effetto dirompente del personaggio come Salvini o Luigi Di Maio. La comunicazione è importante perché permette di vedere la capacità reale di una persona di saper avvicinare i propri elettori.”

Durante l’incontro spazio anche al dibattito col pubblico, si è parlato di argomenti attuali come il rapporto tra giornalismo e politica nello scenario locale:

“Una televisione privata locale raggiunge al massimo 200 mila spettatori, i giornali non superano le 20 mila copie giornaliere, noi con una diretta facciamo anche 1 milione di persone raggiunte. E’ evidente che la potenza del mezzo condiziona la nuova politica.” Ha concluso Cancelleri.

Il prossimo appuntamento con la presentazione del nuovo saggio di Santi Cautela (giornalista e consulente per la comunicazione), già autore di altri due libri, sarà il 24 febbraio a Barcellona.

 

Ecco la diretta dell’evento di sabato dalla pagina Facebook di Totù:

Santi Cautela
Vice, l'ombra del potere

SOCIETA’ | Vice, il film che vi spiega come il potere genera potere

Vice è un film che svela le dinamiche del potere ma anche le strategie della comunicazione in grado di cambiare la percezione dei fatti.

 

L’uomo invisibile, mite e disinvolto, assetato di potere. Non è il ritratto di Giulio Andreotti ma del “divo” americano, Dick Cheney, che fu il vice-presidente di George W. Bush dal 2000 al 2008. Il film “Vice” appunto, sottotitolato in italiano “l’uomo nell’ombra” ricalca molto il lavoro di Sorrentino, volendo fare un parallelismo quasi forzato, sulle logiche del potere politico, da Andreotti a Berlusconi.

Ma c’è di più, nel film di Adam McKay, già noto per la sua satira “discreta” de La Grande Scommessa, il potere sembra scivolare senza neanche tante difficoltà attraverso i media e le lottizzazioni politiche. Questo fa Dick Cheney, considerato da molti giornalisti americani il deus ex machina della presidenza Bush e questo nel film non è neanche tanto celato. Ne emerge un Bush Junior davvero incapace, arraffone, preda facile delle strategie alla “Underwood” di Cheney.

Si muove nell’ombra questo ritratto de “Il Principe” americano che sembra tanto essere il finale di stagione ideale di House of cards o come questo sarebbe dovuto andare

C’è molto di Frank Underwood in questo film dove però Christian Bale interpreta magistralmente i panni di un politico comune e non particolarmente brillante – a differenza del ruolo di Kevin Spacey nella serie prodotta da Netflix – con la sua mitezza “grassa” e opaca. Si muove nell’ombra questo ritratto de “Il Principe” americano che sembra tanto essere il finale di stagione ideale di House of cards o come questo sarebbe dovuto andare (sic!).

Perchè questo è anche un film sulla metafora del sogno americano che si avvera in una cornice oscura

Ma c’è di più. Il film vola velocemente su 50 anni di storia americana, dall’America di un altro uomo “nell’ombra”, ossia Henry Kissinger, fino alla grande parentesi conservatrice da Reagan a Bush Senior. Gli Stati Uniti cambiano e in maniera distratta dai nuovi media, dalla Fox in poi, non vedono e non vivono le dinamiche del potere che genera il potere. Ed è così che Cheney aspetta silente fino a quando la giusta occasione lo coglie “preparato.” Perchè questo è anche un film sulla metafora del sogno americano che si avvera in una cornice oscura, visto che il protagonista era un mezzo ubriacone disoccupato che arriva però ai massimi vertici del potere.

Per gli amanti della politica ci sono tanti spunti: la dottrina dell’esecutivo unitario che partorità il Patriot Act, disintegrando il principio della separazione dei poteri di montesquieana memoria, il ruolo sempre più centrale dei comunicatori politici capaci di generare nuovi linguaggi: cambiamento climatico al posto di “effetto serra”, tassa sulla morte invece che tassa sulla successione, interrogatorio potenziato invece che “tortura”.

C’è tanto di Orwell in questo 1984 iper-realistico arrivato già a 8 nomination agli Oscar. E siamo sicuri che il duo Bale-Carrell (che qui veste i panni del cinico Ramsfeld) sarà protagonista il prossimo 24 febbraio a Los Angeles. In fondo siamo tutti anelli deboli davanti al luccichio del potere che genera potere.

 

 

Santi Cautela

Santi Cautela
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“I Vicerè al tempo di Facebook” il mio nuovo libro sulla comunicazione politica

Questo libro vi spiega con quali dinamiche una squadra politica vince sull’altra sfruttando il giusto mix tra strumenti tradizionali e social media.

Santi Cautela
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VIDEO | Come diventare giornalisti reinventandosi comunicatori

Oggi la figura del giornalista è sempre più in bilico per la mancanza occupazionale ma ci sono altre alternative. Il problema è cercare di “non perdersi” nei pianeti satellite della comunicazione. Ecco una riflessione sul tema: come fare per diventare dei giornalisti passando per la carriera del comunicatore.

Nel video che segue cerco di fare chiarezza sull’argomento parlando anche della mia esperienza professionale. La riflessione parte dal concetto di legislazione di settore, spesso contraddittoria. Proviamo allora a fare chiarezza con gli spunti che il legislatore ci da, come per esempio la legge 150 del 2000. Tracciare una linea di confine tra giornalismo e comunicazione è assai complesso, non provarci è però irresponsabile.

Il ruolo poi di addetto stampa e portavoce di un ente o di un politico – professioni sempre più indispensabili in un mondo dominato dai poteri della comunicazione – si sovrappone spesso al cronista che deve mantenere un profilo equidistante.

Questo, senza una riforma che assicuri tutele alla professione nelle sue svariate forme, è tuttavia difficile. Infatti oggi per arrivare a un reddito adeguato, un giovane laureato nelle materie di comunicazione deve sommare diversi ruoli, aggiungere al suo portfolio diversi clienti e spesso ci si trova a fare nello stesso alveo territoriale, il portavoce, il giornalista e il social media manager di tre istituti/persone diverse.

La scelta tra queste svariate figure diventa però difficile quando la media degli stipendi dei giornalisti freelance è praticamente inferiore ai 500 euro. Ecco allora il problema: provare a sdoganare il concetto di giornalismo “puro” all’anglosassone e reinventarsi comunicatori, senza deteriorare la qualità dell’informazione intesa sempre come servizio.

In fondo anche la comunicazione è un servizio, resa al cliente ma anche al consumatore/cittadino, capace così di avvicinare prodotti, istanze e idee che un tempo nuotavano e vivevano solo nell’etere televisivo, troppo distante dalla vita iper-connessa dei nostri giorni.

Per saperne di più segui la mia Pagina Facebook

 

Santi Cautela
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Nuovo algoritmo Facebook: come salvare la tua Pagina

Lo scorso 11 gennaio Mark Zuckerberg ha annunciato al mondo che il suo social network avrebbe aggiornato l’algoritmo che gestisce le newsfeed, la sezione aggiornamenti, penalizzando le pagine con poca interazione. Scopriamo insieme come arginare questo nuovo vincolo di Facebook con pochissimi passaggi.

Quali motivazioni si celano dietro questa precisa scelta aziendale? Ce lo dice lo stesso patron di Facebook, in un post che mira a chiarire perché si è scelto di scartare la visibilità nelle newsfeed per pagine e altri strumenti.

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«Con questo aggiornamento, vogliamo dare priorità ai post che accendono conversazioni e interazioni significative fra le persone. Per farlo, cercheremo di prevedere con quali post vorrai interagire con i tuoi amici, e cercheremo di mostrarteli più in alto nel feed».

 

Senza entrare in polemica col gigante di Cupertino, sarà molto più difficile per aziende medio piccole far conoscere le proprie novità attraverso la bacheca degli utenti che hanno già messo mi piace. Prediligendo la “relazionalità” tra utenti, infatti, si riduce di molto la possibilità per alcuni tipi di pagine di scalare la classifica dei giganti che non dovrebbero essere scalfiti da questa novità.

Rispetto all’aggiornamento di agosto, questo nuovo algoritmo è in linea con le scelte di Facebook di colpire sia chi favorisce le fake news tramite inserzioni, sia chi favorisce il clickbait. Quest’ultima pratica crea false aspettative portando fuori dal social gli utenti attratti da un’esca falsa.

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Come intervenire in concreto?

Ci sono due possibili vie, la prima sembra quella preferita da Facebook: le inserzioni. E’ abbastanza naturale, a fronte del nuovo algoritmo, per non farsi travolgere da contenuti più ricondivisi, pagare risulta l’unica soluzione.

Oppure creare relazioni. Questo potrebbe essere il futuro della comunicazione su questo tipo di social, sempre più “media” a tutti gli effetti. Nel futuro saranno gli utenti di Facebook a selezionare i contenuti informativi e questo potrebbe tagliare fuori parecchie piccole e medie imprese.

A relazionalità imposta si risponde quindi con relazionalità strategica. Come fare?

  • I contenuti vanno studiati e ripensati per coinvolgere il pubblico. Quindi call to action ma anche notizie-intrattenimento che favoriscono l’engagement. Selfie, video degli utenti, commenti devono essere il nostro pane quotidiano per restare vivi sui social. Se poi siamo fortunati saremo anche viral.
  • I contenuti devono essere pensati per inserirsi all’interno di conversazioni quindi devono coinvolgere sempre più gli utenti. Il nuovo algoritmo penalizzerà quei contenuti con pochi likes ma soprattutto con pochi commenti, bisognerà attrezzarsi e ripensare la propria strategia top down facendola diventare sempre più grassroots.
  • Sfruttare il fandom, coinvolgere gli utenti, renderli protagonisti. Calibrare i contenuti sui micro-target. E soprattutto sfruttare la tendenza del momento: i V-Log, ossia le rubriche video pre-confezionate coinvolgendo opinion leader, star, esperti, persone note.
  • Cercare di avere l’esclusività sui social su qualunque tipo di notizia o prodotto può aiutare a creare condivisioni e partecipazione. Se prima l’originalità era infatti una delle caratteristiche del marketing non convenzionale in rete, oggi diventa il vero cavallo di battaglia.

 

Se volete approfondire l’argomento scrivetemi sul mio profilo Facebook o su Twitter, anche se ultimamente preferisco Linkedin.

Torneremo sull’argomento poichè questo è un periodo di transizione in cui tutti si stanno attrezzando per restare “a galla” e anche noi impariamo mentre sperimentiamo nuove soluzioni.

Santi Cautela

Santi Cautela
Lo staff del candidato (Deputato) Antonio Catalfamo

Sicilia 2017 | Storia di una campagna elettorale vincente tra strategia e comunicazione.

Riproponiamo l’articolo scritto per 2BeSpin che racconta l’ultima campagna elettorale che ho seguito. Buona lettura.

 

4238 voti. Di quella notte ricordo la mia frase “Antonio hai due possibilità su tre di essere deputato”. Deputato, sì, perché da queste parti in Sicilia, si chiamano così i consiglieri regionali. E non per lo stipendio, ridotto nel 2014 di circa il 40%, ma perché Palazzo dei Normanni contiene il più antico Parlamento d’Europa.

Fatta la premessa storica, come l’inizio di ogni buon saggio, torniamo sul pezzo. ‘Torniamo’ era ed è il nostro slogan: “Torniamo Protagonisti” che oggi è diventato “Adesso Protagonisti” per ricordarci che il vero lavoro inizia ora. Torniamo all’inizio.

Un anno fa incontrai questo giovane candidato – Antonio Catalfamo – al quale promisi in un bar che si chiama “Frank”Frank pensai, come Frank Underwood, che sia di buon auspicio – di fare una campagna diversa, molto “americanizante”. Iniziammo da subito a prospettare la strategia per il posizionamento. Non è facile per un candidato di 36 anni che mai aveva fatto politica, ottenere riscontro tramite i social. Abbiamo creato la piattaforma, il blog, e abbiamo iniziato ogni giorno a produrre contenuti diversi. L’associazione creata era il brand, il contenitore per i contenuti. In attesa di liste e listini. Sono aspetti della strategia che rivelo per la prima volta ma che per ovvi motivi, non posso svelare del tutto. Il punto è che non avendo partiti alle spalle o altro, dovevamo partire dall’associazionismo per coinvolgere le persone.

La prima battaglia fu quella per l’ambiente: l’amianto. Il tema forte, veramente forte di questa campagna elettorale, essendo il nostro un comprensorio altamente inquinato. Ricordo che studiammo un sacco. Feci una lista delle famiglie delle vittime, cercai di ricostruirmi un micro-segmento. Dovevamo parlare a queste persone che in gran parte, avevano bisogno di esser ascoltati dalla politica. Gli abbiamo dato un megafono, gli abbiamo dato una fila di sedie bianche per commemorarle durante il convegno coi tecnici, e poi la proposta che, vi anticipo, potrebbe ora diventare legge. Nel nostro comprensorio abbiamo contato più di 700 persone morte per amianto. Alle loro famiglie oltre il lutto spettano anni di processo per il riconoscimento di un giusto indennizzo. Da questo siamo partiti. Trovare riscontro in questa prima battaglia è stato il vento che ha fatto dispiegare le vele.

Mentre impostavamo grafiche e le strategie di copywriting, siamo andati avanti incasellando sostanzialmente un contenuto dietro l’altro attraverso tre filoni: la denuncia, la vigilanza e la proposta. Queste tre piste torneranno sempre durante tutta la campagna. Bisogna osservare, bisogna gridare, bisogna proporre. Nella prima grande fase della campagna abbiamo fatto questo: dai temi legati all’ambiente fino a quelli della sicurezza e, soprattutto, legati al turismo. Abbiamo quindi ricostruito un programma basandoci su queste macro-aree, le abbiamo divise per colore, le abbiamo trasformate in infografiche e abbiamo iniziato a condividere pillole di programma per un anno intero.  Abbiamo usato i giornali per diffondere le nostre idee: l’azione di ufficio stampa è stata la più difficile. Dovevamo sempre “stare sul pezzo” e battere l’esclusiva. Se pensate che il difficile sia uscire sui giornali, immaginate di farlo con una piccola associazione nel vespaio di cori politici tra deputati e senatori. L’abbiamo fatto. Seconda spunta alla strategia.

La formazione. Faceva parte del posizionamento. Chiusi in studio due volte la settimana, abbiamo studiato per il media training e il public speaking. Il candidato dopo 6 mesi di corso avrebbe potuto affrontare la Gruber e Travaglio e uscirne integro come dopo una seduta di massaggi cinesi. Ricordo di un pomeriggio, 4 ore di “finta” intervista sotto torchio cronometrando ogni singola risposta entro i 90 secondi. Un ring pieno di cattiverie anche personali, sulla figura del padre fino alla credibilità di un giovane inesperto. Ci sono andato pesante, me lo ricordo.

Video. Nei mesi successivi notammo che il nuovo strumento “dirette” veniva usato, abusato e sfruttato da i leader politici di mezzo Paese, da Salvini e Renzi. La magia degli algoritmi di Facebook faceva sì che avessimo a disposizione un palco con una platea che variava da 20 a 2k spettatori. Ogni settimana abbiamo prodotto un contenuto di questo tipo, sia video in differita che in diretta dai posti più improbabili per raccontare i problemi del territorio e parlare, all’interno della stessa cornice, di una soluzione.

“Ma chi è sto tizio” si saranno chiesti in molti. Avevamo sete di notorietà. Per i video in differita sempre dentro i 90 secondi, per le dirette sempre più di 5 minuti. Sempre in esterna. La video diretta della conferenza stampa di presentazione dell’Associazione siamo riusciti su mia proposta a organizzarla alla Camera dei Deputati a Roma. In differita anche su Radio Radicale. Pochi i giornalisti ma ci interessava il frame istituzionale che ci ha effettivamente regalato visibilità sui giornali locali, di ritorno a Messina, come conquistatori della “Luna” e credibilità tra i competitors.

Foto. Questa mania l’abbiamo rubata a Obama. Le sue foto girano ancora su instagram molto più delle foto di Justin Bieber. Volevo apportare, dopo il posizionamento politico, un tocco di leadership al candidato. Quindi abbiamo scelto una persona che lo seguisse, addetta solo alle foto (la sorella del candidato). Foto emotive, foto importanti. Abbiamo approfittato del “bell’aspetto” del candidato e del fatto che sui social fosse seguito da un consistente pubblico femminile. Abbiamo dovuto cambiare rotta però perché nel mezzo della campagna c’è stato il matrimonio. Prima di questo abbiamo parlato di famiglia alle famiglie. Abbiamo quasi sempre tenuto un tono molto moderato. L’idea era quella di un candidato fresco e di rottura ma non populista, di destra ma non necessariamente distante dalle altre categorie politiche. Per fare questo ci siamo basati poco sui simboli e molto sui contenuti.

Questo ci ha portato a dover virare rapidamente per parlare allo zoccolo duro dell’elettorato, ricordo che lanciai una bomba. Un comunicato stampa che avrebbe fatto imbufalire i comunisti ma che avrebbe fatto sembrare il candidato un eroe sia per l’elettorato moderato che per quello più a destra. Così è stato. Dopo questa prima polarizzazione ci preparavamo a interloquire col partito di riferimento: Fratelli d’Italia. Sapevamo che la scelta della lista sarebbe stata decisiva. Per settimane abbiamo tentennato poi la decisione di Musumeci di dividere in due queste risorse: una lista per i partiti di destra e una lista per il suo movimento Diventerà Bellissima. Fu a quel punto – lo rivelo per la prima volta – che fui contattato dall’Agenzia Reattiva di Catania per una consulenza. Reattiva ha curato la comunicazione di Musumeci ma a loro mancavano le competenze “politiche”.

Tornando al candidato, tornando ai GOTV. Spiegai che le campagne elettorali avevano riscoperto il valore della relazione interpersonale per cui via ai porta porta e alle telefonate. Credo sia stato questo il segreto della vittoria, almeno in parte: spendere il candidato strada per strada. Incontrare quanta più gente possibile. Nel pieno della campagna, a due mesi dal voto, ci accorgemmo di essere in ritardo per girare il videospot su cui avevo basato l’intera campagna. La mia idea era quella di usare tutta la retorica e la simbologia che durante la campagna non avevamo mai usato, per basarci sui contenuti e per inseguire i microtarget. Ma questo video doveva essere per la folla indistinta. Doveva funzionare come richiamo emotivo. Puro pathos. Così scrissi i testi usando delle parole chiave come “storia” e “territorio”. Non fu facile. In pochi giorni dovevamo essere su più location e spesso il rischio di fallire fu molto alto ma io mi ripetevo: dobbiamo vedere il lavoro finito prima di giudicare. Messi insieme testi, immagini e musiche lavorammo di post-produzione. Un lavoraccio. Il risultato finale? Secondo molti, tecnicamente perfetto. Per gli addetti ai lavori troppo retorico. Per il popolo di Facebook? Un successo. Il nostro è stato il videospot più visto e visualizzato di tutti i candidati della circoscrizione di Messina (anche di quelli che hanno speso tot mila euro mentre il nostro budget per il video era sotto i mille).

Visto da 5 mila persone, visualizzato da 16 mila. Centinaia le reaction e i commenti, oltre 70 le condivisioni. Risultati da sponsorizzata. A proposito, la campagna low cost in stile Bernie Sanders ci mise alle strette: nessun spazio sui giornali comprato, nessun spazio sui tg comprato, tv locali zero, spazi pubblicitari e cartellonistica il giusto, forse anche troppo poco.

Tra gli 8 deputati vincenti siamo quelli che hanno speso meno. Siamo stati i davide che hanno provato a sfidare i Golia. Mentre altri smuovevano milioni di euro, noi siamo riusciti a star dentro i 15 mila euro. L’ultimo comizio, una fatica incredibile. Un discorso di mezz’ora che doveva riassumere tutte le nostre battaglie di un anno, ogni frase uno slogan strappa-applausi, una ultima sterzata in favore del popolo che aveva sopportato bene i nostri contenuti tecnici più che politici. Anche lì, come ogni comizio, diretta Facebook per potenziare la portata del messaggio. Un successo durato 24 ore. Abbiamo vinto nonostante i miei dubbi sull’eccessivo endorsement al partito – che ha tirato anche per noi alla fine – e che ha portato una “contro-tendenza” rispetto alle aspettative.

Primi nella nostra lista, lo certificammo quasi subito in giornata, durante lo spoglio. Il grosso dei voti smistato nelle città dove eravamo stati presenti con la comunicazione sui giornali nei mesi addietro. Lo zoccolo duro di 2 mila voti tra Barcellona e Milazzo, le due città più grandi della provincia di Messina. E poi quel trend che saliva e scendeva per tutto il giorno costringendoci a 20 ore di conteggi e riconteggi al cardio palma. Qualcuno parlò di batti-quorum. Mai soundbites fu più efficace. Mantenni il sangue freddo fino alla fine e anche dopo, quando tutti festeggiavano, io ero lì a fare i conti per accertarmi che fossimo veramente noi i vincitori di quel maledetto ultimo seggio disponibile. Ottavi su otto seggi. Eravamo dentro insieme agli altri 34 deputati della nuova maggioranza di governo di Musumeci. Fuori la lista vicina a Crocetta. Fuori quel deputato a lui vicino da 11 mila voti. E noi lì con i nostri 4238 voti di “simpatia”. Ci avevano definiti quelli che non ce la potevano fare. Oggi i giornali ci chiamano “la sorpresa” di queste elezioni. Il delitto perfetto come lo ha definito il leader del partito in provincia Giuseppe Sottile.

Si va a Palermo ora per trasformare in fatti le nostre idee. Felicità al quadrato e tanti capelli grigi sulla mia testa.

Santi Cautela
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“Le campagne elettorali al tempo della networked politics” – Intervista all’autore: il Prof. Cepernich

Il Professor Cristopher Cepernich è sociologo dei media e dei fenomeni politici all’Università di Torino e autore di un interessantissimo libro sulla comunicazione politica e le nuove tendenze delle campagne elettorali. Il titolo del saggio è “Le campagne elettorali al tempo della networked politics” disponibile per Laterza qui.

Il Prof. Cepernich dirige l’Osservatorio sulla Comunicazione politica del dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. È caporedattore della rivista Comunicazione Politica (il Mulino). Nel 2016 è stato responsabile scientifico del primo TEDxUniTo. Svolge attività di ricerca nel campo delle campagne elettorali e del giornalismo. Per la nuova rubrica #4KiakkiereComPol, lo abbiamo incontrato per sviscerare i temi contenuti nel suo ultimo lavoro.

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Quali caratteristiche ha la nuova società reticolare? Tentiamo di chiarirlo con degli esempi…

La principale caratteristica di una società reticolare è che le relazioni sociali tornano ad assumere un’importanza cruciale, per un lungo periodo trascurata. Alcuni esempi? Il tempo che ciascuno di noi mediamente trascorre online è di 2 ore e 24 minuti al giorno. Una parte significativa di quel tempo è dedicata a mandare mail, postare sui social network, messaggiare con sms e WhatsApp. Le nostre reti sociali personali hanno ampliato moltissimo il loro perimetro da quando il web ha cambiato le nostre vite.

Il problema è la qualità delle nuove relazioni mediate dalla tecnologia: sono più fredde e molto meno emozionali dell’interazione diretta faccia a faccia. In termini di strategia comunicativa ciò significa che sono assai meno efficaci a fini persuasivi. Non è ormai in discussione che sui social network le opinioni si polarizzino facilmente fra “pro” e “contro”, tra amici e nemici, in-group e out-group. Quello è diventato il luogo della contrapposizione, dell’affermazione auto-promozionale di un punto di vista, non del dialogo né della conversazione. Quando ci si contrappone, non si discute: ci si schiera.

 

Nel suo libro si parla di un ritorno agli strumenti pre-moderni delle campagne elettorali. La riscoperta del contatto diretto tra elettore e candidato basato sulla “relazione” rappresenta più un limite o un aspetto specifico delle nuove campagne digitali? Per chiarire, se il ritorno del porta-a-porta è così decisivo, i social network hanno quindi avuto un ruolo marginale?

Ovviamente il ritorno al contatto diretto è una grande risorsa. Secondo lei, perché le compagnie telefoniche puntano molto sulle opzioni promozionali “Porta un amico in…”? Perché sanno benissimo che un amico è molto più convincente di un anonimo e sconosciuto operatore di call center. Non parliamo poi della difficoltà della politica di essere convincente, visto il basso tasso di fiducia che i cittadini ripongono negli attori politici. Ricordiamo che alle recenti elezioni regionali in Sicilia ha scelto di non votare più della metà degli aventi diritto.

Ciò non significa che i media o i personal media abbiano un ruolo marginale. Al contrario, hanno un ruolo importante. I loro effetti, però, vanno circoscritti prioritariamente alla sfera della formazione degli atteggiamenti, cioè servono soprattutto per “costruire” la disponibilità a votare un certo partito o un certo candidato. Come si faccia a trasformare quella generica disponibilità in effettivo comportamento di voto è il problema vero della comunicazione. Su questo piano, tutte le ricerche confermano che la comunicazione personale e personalizzata, ad alto tasso di fiducia reciproca tra gli attori convolti, ha effetti di molto superiori a quella mediata e impersonale. Ecco perché puntare su amici, colleghi e famigliari è una risorsa enorme.

 

Trovano sempre più spazio le tecniche di data mining nelle campagne elettorali. Si pone quindi il problema etico. Tecniche ormai decisive come nel caso di Trump. Quale deve essere il limite deontologico dei professionisti della comunicazione politica in tal senso? Dobbiamo arrenderci a una società iper-connessa dove la privacy si sacrifica in virtù di un marketing micro-mirato?

Non possiamo e non dobbiamo mettere in relazione diretta il ricorso ai dati per fare campagne elettorale e il problema etico. Si può benissimo usare i dati in modo legale e rispettoso della volontà delle persone! Nella stragrande maggioranza dei casi è così.

Il limite deontologico è chiarissimo: stare nei margini della legalità e del rispetto dei confini che ogni cittadino pone a tutela della propria privacy. Certo un po’ di miti andrebbero sfatati: per esempio, le persone sono in genere molto aperte e disponibili a concedere informazioni su se stesse, se ritengono che ciò le metta nelle condizione di fare una scelta più informata. C’è una grande disponibilità da parte delle persone a “stare in relazione” e a formare comunità. Per questo motivo mettono a disposizione piuttosto facilmente la mail, ad esempio, per future comunicazioni mirate. Lo fanno volontariamente, consapevolmente e, di fatto, senza rischi effettivi. C’è una distanza siderale tra l’idea che il legislatore italiano ha di privacy e quella, invece, radicata e diffusa tra le persone, soprattutto fra i giovani.

 

Nel libro si parla di campagna organizzativa in riferimento all’engagement di volontari e militanti. Un modello che ha avuto il suo boom con Obama ma che ha poi “perso” potenziale nella recente elezione di Trump, nonostante l’organizzazione reticolare della Clinton fosse considerevole. Allora non esiste una “ricetta” giusta?

La ricetta giusta non esiste. Questo è ovvio. Gli esiti di una campagna elettorale sono caratterizzati da elevata complessità perché determinati da una enorme quantità di variabili. Ciò significa che non possono essere ascritti solo alla strategia di comunicazione adottata.

Come spiego nel libro, alle Presidenziali Usa 2016 il ground game di Trump era molto debole rispetto a quello di Clinton: ad un mese dalla scadenza elettorale Clinton poteva contare su 489 uffici territoriali su tutta la nazione contro i 207 di Trump. Clinton, come è noto, perde molti stati per un soffio, ma in termini assoluti prende oltre due milioni di voti più di Trump. Se sia un effetto o meno del ground war, non possiamo dire con certezza, ma di certo ha contribuito.

In generale, però, spiegare in funzione di un solo fattore (come la strategia comunicativa) l’esito di una competizione elettorale è sbagliato. Assumiamo una volta per tutte questa ovvia evidenza.

 

Un’ultima battuta sui 5 stelle, in considerazione delle conclusioni del suo libro: il movimento fondato da Beppe Grillo si basa sulla partecipazione “reticolare” tuttavia confinata in gran parte sulla rete. Questo sembra essere il grande limite dei 5 Stelle in campagna elettorale per altri è però la vera forza…

Il Movimento 5 Stelle ha vissuto un progressivo allontanamento dal territorio, dove invece si era formato. Ricordiamo il ruolo cruciale dei meet-up all’inizio di quella avventura, che presenta tratti indubbi di eccezionalità per il contesto italiano. La progressiva astrazione dal territorio ha reso il Movimento sostanzialmente un partito d’opinione, con un brand forte, capace di attrarre solo con la forza evocativa del suo simbolo. Di fatto, si è trasformato in pochi anni in un partito tradizionale con una bassa capacità di mobilitazione: Di Maio è stato eletto candidato premier e capo politico con poco più di 30.000 voti espressi sulla piattaforma Rousseau. Il Pd, con tutti i limiti del caso, ha eletto l’omologo con circa due milioni di voti alle primarie tradizionali. Segno che, forse, la partecipazione non è un fatto di tecnologia.

 

 

A cura di Santi Cautela

Santi Cautela